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Italia, 30 casi di morti sospette in carcere
Spesso i suicidi dei detenuti nascondono episodi di violenza

Dal 2000 ad oggi sono morti in carcere 1.537 carcerati, di questi ben 547 si sarebbero tolti la vita. Secondo gli ultimi dati nel 2009 sono venuti a mancare 154 prigionieri, di cui 63 per suicidio. Questo significa che il tasso di suicidi ogni dieci mila detenuti è di 12,20. A fornire i dati è il dossier “Morire di carcere”, redatto da Ristretti Orizzonti, il giornale dalla Casa di Reclusione di Padova e dall'Istituto di Pena Femminile della Giudecca che dal 1998 cerca di dare voce ai detenuti e ai loro problemi.Non tutti i suicidi, però, sono stati catalogati come tali. Sempre secondo Ristretti Orizzonti, che ha raccolto le denunce e le testimonianze di molti familiari, dal 2002 fino ad oggi ci sono almeno trenta casi di morti sospette sulle quali sarebbe necessario indagare in maniera più approfondita. Si tratta, ad esempio, di Stefano Guidotti, 32 anni, che si sarebbe ucciso nel carcere di Rebibbia, a Roma, il primo marzo del 2002. Detenuto per associazione mafiosa ed estorsione, Guidotti è stato trovato impiccato alle sbarre del bagno, ma le escoriazioni presenti sul viso, le macchie di sangue rinvenute sul pavimento e il materiale utilizzato per realizzare il cappio hanno insospettito i familiari e i carabinieri che si sono occupati delle indagini. Sempre nel 2002 nel carcere di Bari ad “uccidersi” è Gianluca Frani, 31 anni, paraplegico. “Come può una persona su una carrozzina - si chiedono i parenti – riuscire ad impiccarsi al tubo dello scarico del water senza che nessuno si accorga di nulla?”. Domanda alla quale ancora oggi non è stata data alcuna risposta.Così come alla morte di Marcello Lonzi avvenuta il primo ottobre del 2003 nel penitenziario di Livorno. Il giovane, di soli 29 anni, sarebbe deceduto a causa di un infarto, dopo aver battuto la testa. Ricostruzione che non convince in alcun modo la famiglia di Lonzi che da subito ha parlato di omicidio, visto che il corpo del ragazzo era coperto di lividi. Ma in carcere c'è anche chi si lascia andare, perché incapace di resistere e sopportare la violenza che quotidianamente si respira nei penitenziari. E' il caso dell'albanese Sotaj Satoj, 40 anni, morto nel reparto di Rianimazione dell'Ospedale di Lecce. Gli agenti hanno piantonato il cadavere per ore, senza nemmeno accorgersi della morte dell'uomo, pensavano si trattasse di un estremo escamotage per fuggire. Satoj era arrivato in Italia su un gommone al bordo del quale era stata trovata della droga. Accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, l'albanese aveva sempre dichiarato la propria innocenza e aveva scelto di mettere in atto lo sciopero della fame come estrema prova di non colpevolezza. Dopo tre mesi di mancata alimentazione, Satoj è morto senza che sul suo caso sia stata fatta chiarezza. E nel 2007 nel carcere di Monza a perdere la vita è stato Gianluca Concetti, 40 anni. In preda ad una crisi psicotica, il detenuto ha allegato la sua cella ed è scivolato sbattendo la testa. Secondo i medici, a causa della sua fragilità psichica, Concetti non poteva neppure essere rinchiuso in una prigione.E anche sul versante femminile la situazione non sembra migliore. Almeno quattro donne, Maria Laurence Savy, Francesca Caponetto, Emanuela Fozzi e Katiuscia Favero, sono morte per cause da accertare. Ennesime vittime di un'organizzazione che necessita quanto prima di una riforma che ripensi il sistema carcerario nel suo insieme.
Articolo di Benedetta Guerriero da Peacereporter del 21/11/2009
Italia, il Comune di Roma ha accolto una delegazione di rifugiati afgani
L'assessore Sveva Belviso si è impegnata ad assicurare una sistemazione ai 150 rifugiati accampati presso la stazione Ostiense

Una delegazione di rifugiati afgani, comitati solidali e associazioni, tra cui Medici per i diritti umani, (Medu), è stata ricevuta da Sveva Belviso, assessore alle Politiche sociali del Comune
di Roma, in Campidoglio.A chiedere l'incontro con urgenza era stata la rete di associazioni solidali che si occupano di assistere i circa 150 afgani che vivono in drammatiche condizioni sanitarie
ed alloggiative presso la stazione Ostiense. Nel corso della riunione si è affrontata anche la questione dello sgombero della "Buca", l'insediamento precario più grande della zona. I responsabili
delle organizzazioni umanitarie vorrebbero evitare che lo sgombero avvenga senza la predisposizione di ulteriori soluzioni adeguate per i suoi occupanti.
Il comune di Roma ha deciso di assegnare nell'immediato 55 posti per i profughi afgani nei centri di accoglienza romani per i richiedenti asilo e i rifugiati. La Belviso ha inoltre garantito
l'accoglienza di tutti gli altri profughi afgani nei centri di emergenza per il freddo, che verranno allestiti a partire dal mese di dicembre, e si è anche dimostrata favorevole alla creazione di
un centro di orientamento e prima accoglienza nei pressi della stazione Ostiense.
Articolo di Peacereporter del 06/11/2009
Sierra Leone, ex presidente della Liberia: Londra violò l'embargo sulle armi
Charles Taylor, sotto processo all'Aja, accusa Londra di aver inviato armi durante la guerra civile tramite una società di mercenari

Secondo Charles Taylor, ex presidente della Liberia, i primi che violarono l'embargo sulle armi dichiarato contro la Sierra Leone, durante il periodo 1991- 2001, furono proprio i britannici che lo avevano promosso all'Onu.Taylor, che viene processato in questi giorni all'Aja, al Tribunale speciale per i crimini commessi in Sierra Leone, deve rispondere di 11 capi d'accusa per crimini di guerra e contro l'umanità. In particolare è accusato di aver fomentato il conflitto interno, sostenendo il Fronte unito rivoluzionario e alimentando il traffico di armi e diamanti. Durante la deposizione rilasciata ieri, l'ex presidente della Liberia, che si è definito "vittima di un complotto", ha sostenuto di essere un "capro espiatorio" per nascondere il coinvolgimento britannico. Secondo Taylor fu Peter Penfold, nominato Alto commissario inglese per la Sierra Leone nel marzo 1997, a fornire le armi alle milizie fedeli al deposto presidente Ahmed Tejan Kabbah, attraverso la società inglese di mercenari Sandline International.
Articolo di Peacereporter del 06/11/2009
Ruanda: pena ridotto per un alto funzionario che si è dichiarato colpevole di genocidio
L'ex direttore generale dell'industria del tè è stato condannato a otto anni in virtù dell'aiuto dato alle indagini

La Corte penale internazionale per il Ruanda ha condannato ieri Michel Bagaragaza, l'ex direttore generale dell'industria nazionale del tè a otto anni di detenzione.Stretto alleato dell'ex presidente Juvenal Habyarimana, Bagaragaza si è dichiarato colpevole e per questo è stato condannato a una pena ridotta. Nella sentenza, che lo riconosce responsabile di complicità nell'uccisione di migliaia di Tusti che avevano cercato rifugio nella Cattedrale di Nyundo e sulla collina di Kesho, si legge che Bagaragaza "ha mostrato genuino pentimento per le sue azioni e ha aiutato il procuratore nelle sue indagini". La giuria ha riconosciuto il valore delle testimonianze rese che hanno portato all'incriminazione dei maggiori responsabili del genocidio, sia civili che militari, inclusi membri delle milizie interahamwe e della Guardia presidenziale.Da quando è stato istituito ad Arusha, in Tanzania, il Tribunale internazionale per il Ruanda ha sempre concesso sconti di pena a quanti si sono dichiarati colpevoli, con la sola eccezione dell'ex primo ministro, Jean Kambanda, che è stato condannato all'ergastolo.
Articolo di Peacereporter del 06/11/2009
Cecenia, attivista per i diritti umani rapito a Mosca dagli agenti di Kadyrov
Il presidente di Law è stato prelevato a Mosca e caricato su un aereo diretto a Grozny

Arbi Khachukayev, un attivista ceceno per i diritti umani, è stato prelevato a Mosca dalle forze di sicurezza del presidente Kadyrov e caricato su un aereo diretto a Grozny.La denuncia arriva da Memorial, un organizzazione russa che a sua volta ha lavorato in Cecenia fino all'omicidio di Natalia Estemirova. Arbi Khachukayev era il direttore di Law, un'associazione fortemente critica nei confronti del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, che ha più volte denunciato le violazioni dei diritti umani praticate dal regime sostenuto dal Cremlino. Secondo quanto dichiarato dal ministro degli Interni ceceno, Khachukayev è stato catturato per aver preso parte ad un "assalto armato". Svetlana Gannushinka, di Memorial, ha dichiarato che non si capisce se Khachukayev è "un ostaggio o un imputato".Negli ultimi anni una serie di oppositori del presidente Kadyrov sono stati uccisi in Russia, in Austria e a Dubai. Ad agosto i corpi di Zarema Sadulayeva e Alik Dzhabrailov, due attivisti per i diritti umani, sono stati ritrovati a Grozny il giorno dopo essere stati rapiti dal loro ufficio. La loro uccisione è arrivata ad un mese dall'assasinio di Natalia Estemirova, la più nota esponente di Memorial in Cecenia
Articolo di Peacereporter del 06/11/2009
Italia, nel 2010 verranno spesi oltre 23 miliardi di euro per la Difesa

Nel 2010 l'Italia, all'ottavo posto al mondo per spese militari, spenderà oltre 23,5 miliardi di euro per la Difesa. E' uno dei tanti dati contenuti nel saggio 'Il caro armato', appena pubblicato da Francesco Vignarca (Rete
Italiana per il Disarmo) e Massimo Paolicelli (Associazione Obiettori Nonviolenti).
Il testo, edito da Altreconomia, spiega come questi costi siano da imputare alle oltre trenta missioni militari italiane all'estero, al mantenimento di un esercito professionale di
190mila uomini (dove il numero dei comandanti - 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali - supera quello dei comandati), ma soprattutto all'acquisto di
costosissimi armamenti: dai nuovi sistemi d'arma dalla portaerei Cavour (1,4 miliardi di euro), alle fregate Fremm (5,7 miliardi) ai 131 cacciabombardiere F-35 (13 miliardi). Alla faccia della
crisi economica.
Articolo di Peacereporter del 02/11/2009
Iran, lo studente contestatore smentisce il suo arresto
Mahmoud Vahid-Nia aveva protestato pubblicamente contro Alì Khamenei

Lo studente di matematica iraniano Mahmoud Vahid-Nia, che aveva pubblicamente contestato l'Ayatollah Alì Khamenei, non è mai stato arrestato. Lo ha detto lui stesso all'agenzia
Alef.
"Perché la tv nazionale mostra immagini false, per esempio su quello che è successo dopo le elezioni? È mai possibile che non ho mai letto un articolo che contesti la sua politica?". Questo aveva
detto Vahid-Nia mercoledì alla Guida Suprema dell'Iran davanti agli studenti riuniti all'università di Teheran.Lo studente, campione delle olimpiadi di matematica iraniane, è subito diventato un
simbolo per il movimento riformista. Ma di pari passo hanno inziato a diffondersi voci sul suo arresto. "Sto bene" ha detto Vahid-Nia fugando ogni dubbio. "Non mi sono concordato con nessuno" ha
aggiunto lo studente, precisando che le opinioni personali da lui espresse hanno generato un dibattito "costruttivo" con Khamenei.
Articolo di Peacereporter del 02/11/2009
Italia, sgomberato l'Experia di Catania: tensione tra forze dell'ordine e gli occupanti
Il centro sociale da 17 anni era un punto di riferimento per i giovani del quartiere San Cristoforo

Dopo 17 anni di attività a Catania è stato sgomberato il Centro popolare occupato Experia, luogo di ritrovo e simbolo del quartiere San Cristoforo.
Nel corso della mattinata le forze dell'ordine hanno fatto irruzione nello stabile, trasformato in un centro sociale, e costretto gli occupanti ad andarsene. Molti i momenti di tensione tra la
polizia, che è ricorsa ai manganelli, e gli attivisti dell'Experia che hanno cercato di resistere e di opporsi allo sgombero.
“Esprimiamo ferma condanna per quanto accaduto – ha detto Flavio Arzarello, coordinatore nazionale della Fgci, l’organizzazione giovanile del partito dei comunisti italiani – e rivolgiamo un
appello alla parte migliore della società siciliana affinchè si mobiliti immediatamente e in maniera coordinata”.
Le forze dell'ordine hanno anche accusato i militanti dell'Experia di essersi allacciati abusivamente alle utenze idriche ed elettriche.
Articolo di Peacereporter del 30/10/2009
Pakistan, strategia della tensione?
Strage di Peshawar: i talebani: "Noi non attacchiamo civili". E accusano la Balckwater e i servizi di Islamabad

Il governo pachistano lo aveva detto: i talebani risponderanno all'offensiva in Waziristan con rappresaglie in tutto il paese. E così è stato: clamorose azioni di commando contro obiettivi
militari a Rawalpindi e Lahore e sanguinosi attentati come quello al bazar di Peshawar, nel quale sono rimasti uccisi 115 civili e altri duecento sono rimasti feriti, mutilati, sfigurati.
Questo secondo tipo di azioni, secondo le autorità di Islamabad, sono condotte dai talebani nella speranza di "far vacillare la determinazione" con cui il paese sta lottando contro di loro.
In realtà queste stragi di innocenti non fanno che aumentare il sostegno popolare all'operazione militare Rah-e-Nijat, Via della Salvezza, che in due settimane ha causato la morte di oltre
trecento talebani, una trentina di soldati e un numero imprecisato di civili - nessuno li conta quando muoiono per colpa delle bombe governative.
Un volantino talebano. La settimana scorsa, prima dell'attentato a Peshawar, i talebani hanno diffuso in Waziristan e nelle altre aree tribali un volantino con il seguente messaggio. "Le agenzie segrete del governo colpiscono i luoghi pubblici per diffamare il movimento talebano. Noi stiamo combattendo il santo jihad nel rispetto della sharìa, la quale considera ingiustificabile l'uccisione di ogni singolo musulmano. Noi non siamo contro al gente comune, noi siamo la proteggiamo. I talebani colpiscono solo l'esercito, la polizia, l'intelligence e le autorità. Quindi, gli attentati compiti contro gente innocente sono opera dei crudeli servizi segreti. Noi vogliamo che la gente supporti i talabni contro l'esercito e il governo pachistani, marionette degli Americani".
Accuse alla Blackwater. Giovedì, il comandante dei talebani del Waziristan, Hakimullah Mehsud, ha dichiarato alla Bbc Urdu che l'attentato di Peshawar di mercoledì non è stato compiuto dai talebani, ma dall'agenzia privata di sicurezza statunitense Balckwater in combutta con l'intelligence pachistana. "Se siamo in grado di colpire fin nel cuore della capitale Islamabad, di colpire i quartieri generali dell'esercito, per quale motivo dovremmo prendere di mira la gente comune? La nostra guerra è contro il governo e contro le forze di sicurezza, non contro i civili. Noi non abbiamo nulla a che fare con questi attentati. Li attribuiscono a noi per gettare infamia su di noi, ma a compierli sono l'agenzia di sicurezza americana Balckwater assieme ai servizi segreti pachistani".
Presenza Usa in Pakistan. Da agosto la stampa pachistana ha denunciato la presenza di agenti privati Usa della famigerata Balckwater, che oggi si chiama Xe Worldwide, a Peshawar, Islamabad, Lahore e Karachi.
I rambo in mimetica nera, che vanno in giro su enormi fuoristrada blindati, neri pure quelli, opererebbero ufficialmente in Pakistan come agenzia di protezione e scorta per ong Usa, in
particolare per una grossa ‘azienda umanitaria' americana, la Creative Associates International
Inc. (che fino a poco tempo fa avevano una sede proprio a Peshawar, in Chinar Road, Univesiry Town), la quale è considerata un'attività di copertura della Cia. Secondo altri,
infatti, la Xe lavorerebbe a stretto contatto con le stazioni della Cia a Peshawar, nella capitale e in altre città pachistane.
Articolo di Enrico Piovesana da Peacereporter del 30/10/2009
Delirio Afpak
I talebani pachistani compiono un massacro nel bazar di Peshawar. Quelli afgani attaccano nel centro di Kabul.
Intanto si scopre che la Cia paga da anni il più grande boss afgano della droga: il fratello del presidente di Karzai

L'autobomba che oggi ha ucciso quasi cento persone, ferendone e mutilandone altre duecento, ha distrutto il caratteristico bazar dei cereali e delle granaglie di Pipal Mandi, nel cuore della
città vecchia di Peshawar. Si chiamava così perché sorgeva attorno a un antichissimo pipal, un fico sacro millenario: albero sacro per i buddisti. Non per i commercianti musulmani, che infatti
avevano ingabbiato il suo grande tronco in una baracca circolare di legno che ospitava decine di venditori con le loro merci.All'ombra del grande albero i mercanti chiacchieravano e prendevano il
tè, i garzoni spingevano i carretti carichi di merci, talvolta inutilmente trainati da piccoli muli, facendo lo slalom tra i moto-risciò e le donne in burqa venute a fare la spesa.Da questo
ombelico sacro-profano si diramavano tortuosi i vicoli affollati e bui del bazar, su cui si affacciavano ininterrotti gli altri banchi del mercato e grandi portoni di legno da cui si accedeva ad
antichi caravanserragli da mille e una notte: cortili ombreggiati da teli colorati e ingombri di casse, sacchi, bilance, carretti, animali e mercanti intenti a trattare, pesare e catalogare.Tutto
attorno a Pipal Mandi si snodavano, senza distinzioni nette tra l'uno e l'altro, il bazar delle spezie, quello delle pozioni magiche, quello degli ortaggi e quello delle donne, pieno di tessuti e
accessori colorati ‘made in China'.
Ormai da anni nessun occidentale si spingeva da queste parti. Il personale straniero dell'Onu e della Croce Rossa Internazionale che lavora a Peshawar ha il divieto assoluto di avvicinarsi anche
in auto alla città vecchia per il rischio attentati. Anche molti giornalisti preferiscono tenersi alla larga dai bazar. Chi, invece, decideva di tuffarsi in questo labirinto attirava gli sguardi
di tutti, ma proprio tutti, come fosse un marziano. Sguardi curiosi, approcci amichevoli - "Hello sir! How are you sir? Where are you from sir?" - e in alcuni casi allarmati - "Don't
stay here sir, it's dangerous! A lot of taliban here, sir".

Anche nel centro di Kabul ci sono tanti talebani. Oggi un piccolo commando di guerriglieri travestiti da poliziotti ha fatto irruzione nell'hotel Bakhtar di Shar-e-Naw, nel pieno centro di Kabul (a due passi dall'ospedale di Emergency), uccidendo dodici persone, tra cui sei dipendenti delle Nazioni Unite di cui non è ancora stata resa nota la nazionalità. Mentre la zona si trasformava in un campo di battaglia, con sparatorie, esplosioni, gente in fuga imbrattata di sangue, mentre centinaia di soldati circondavano la zona, altri talebani sparavano un colpo di mortaio contro l'Hotel Serena, il superblindato albergo cinque stelle che ospita gli stranieri a Kabul. Temendo anche qui un irruzione armata, gli ospiti sono stati rinchiusi nei bunker sotterranei, fino a quando l'allarme non è cessato.Una dimostrazione di forza dei talebani alla vigilia del ballottaggio per le elezioni presidenziali, fissato per sabato 7 novembre: un voto illegittimo (poiché si svolge sotto occupazione militare) che confermerà al potere il sempre più debole e screditato Hamid Karzai.E' di oggi la notizia che suo fratello Hamed Wali, il principale narcotrafficante del paese e l'organizzatore delle frodi elettorali nel sud a vantaggio di Hamid, è da otto anni sul libro paga della Cia. Qualcuno dice perché è suo l'ex residenza del Mullah Omar di Kandahar che oggi è diventato il quartier generale di migliaia di mercenari della Cia e delle forze speciali Usa - anni fa chi scrive ha avuto il piacere di venire fermato da questi ‘Rambo' vestiti da talebani davanti al cancello di Villa Omar: un calcio sul cofano della macchina e un fucile d'assalto puntato alla testa dell'autista accompagnato da un gentile "Get the fuck out of here!". Altri ricordano le accuse di coinvolgimento dell'intelligence Usa nel narcotraffico afgano: che il più grosso boss afgano della droga è stipendiato dalla Cia sarebbe solo una conferma.
Articolo di Enrico Piovesana da Peacereporter del 28/10/2009
Myanmar, chiede liberazione dei detenuti politici: condannato a 15 anni di reclusione
Anche la madre del giovane si trova in carcere per aver manifestato il suo dissenso

Quindi anni di reclusione per aver chiesto alle autorità del Myanmar la liberazione dei detenuti politici tramite uno striscione. Questa l'esemplare condanna che i giudici del regime hanno inflitto a un giovane studente del Myanmar, Tin Htut Paing, attivista nella difesa dei diritti umani.L'udienza si è svolta a porte chiuse e nemmeno i familiari del giovane hanno ottenuto il permesso di entrare nell'aula. Il processo era iniziato nell'aprile scorso.Secondo le informazioni diffuse dai media birmani all'estero, il ragazzo sarebbe stato accusato di quattro reati fra cui quello di associazionismo illegale.Anche la madre del ragazzo Daw Nge, membro della Lega Nazionale per la Democrazia, la principale formazione politica d'opposizione del Paese, è in carcere e sta scontando una pena di sei anni di reclusione per aver manifestato il suo dissenso durante le manifestazioni del 2007.Secondo i ben informati sarebbero più di 2.100 i prigionieri politici nel paese asiatico. Fra loro oltre 200 monaci buddisti.
Articolo di Peacereporter del 28/10/2009
Guinea, pianificata da tempo la repressione di settembre, secondo Human Rights Watch
I militari che hanno ostruito le uscite dello stadio di Conakry appartenevano all'elite della Guardia presidenziale

La repressione, avvenuta in Guinea, il 28 settembre scorso, che ha causato la morte di cento cinquantasette manifestanti, era stata pianificata ai livelli più alti, sostiene Human Rights Watch.I soldati che erano stati schierati di fronte allo stadio di Conackry facevano tutti parte della guardia presidenziale, ha dichiarato oggi Corinne Dufka, che ha condotto le ricerche per l'organizzazione newyorkese. Le guardie hanno bloccato le uscite dello stadio, dove si erano radunati gli attivisti dell'opposizione che manifestavano contro il governo, e hanno incominciato a sparare contro la folla e a stuprare le donne. "Il fatto che abbiano violentato delle donne e che lo abbiano fatto in quella circostanza dimostra che era stato dato una specie di via libera" ha proseguito la ricercatrice. Human Rights Watch riferisce di decine di violenze sessuali di gruppo a sfondo etnico.Ad un mese esatto dalla repressione, i sindacati e gli attivisti politici hanno indetto uno sciopero nazionale per ricordare le vittime. "Un giorno commemorativo ci aiuterà certamente a sentirci meglio - ha dichiarato l'attivista per i diritti umani Diaraye Haidara - ma non sanerà mai le ferite aperte da questi stupri".
Articolo di Peacereporter del 28/10/2009
Attacco agli indios
Il pretesto è il massacro di Bagua, ma dietro ci sono gli interessi di governo e multinazionali di gas e petrolio, contro i quali gli indigeni amazzonici si sono scatenati in defesa della madre terra

Il Ministro della Giustizia vuole sterminare l'Associazione interetnica per lo sviluppo della Selva peruviana (Aidesep), la principale associazione indigena dell'Amazzonia peruviana. Lo affermano gli stessi attivisti dell'Aidesep, che denunciano l'intenzione governativa durante una riunione urgente di fronte a tutte le altre organizzazione in difesa dei diritti indios del paese.
In un comunicato, l'Aidesep fa sapere che è venuta a conoscenza dell'azione ministeriale "per sciogliere l'organizzazione" attraverso una notifica dal fiscal provinciale, che non specifica le
ragioni. Fonti della Procuraduría del dicastero della Giustizia hanno spiegato che il provvedimento risale all'11 giugno scorso, con la motivazione che l'Aidesep avrebbe attentato all'ordine
pubblico e al buon costume.
Ma cos'è che ha scatenato le ire del ministro Aurelio Pastor contro questa federazione di 65 organizzazioni, nata nel 1980 e ora rappresentativa di 1350 comunità indigene?
Tutto è iniziato nella primavera di quest'anno, quando il braccio di ferro governo-indigeni è arrivato all'estremo, fino a spingere il presidente di Aidesep, Alberto Pizando, a dichiarare "l'insurrezione anti-governativa amazzonica". Da quel momento, le popolazioni native decisero di appellarsi alle loro leggi ancestrali disconoscendo l'ordinamento giuridico nazionale vigente e bloccando l'ingresso di qualsiasi forza esterna nel loro territorio. Il tutto in segno di protesta contro la nuova Legge forestale sulla fauna silvestre e contro la Legge sulle risorse idriche, entrambe deleterie per gli indiani e per la salvaguardia dell'ambiente, in particolare per la selvaggia estrazione del petrolio e del gas da parte delle multinazionali, le sanguisughe della pachamama. Una linea dura, quella scelta dagli indigeni, davanti alla quale però il governo di Alan Garcia non chinò la testa. Anzi. Il 5 giugno a Bagua, la tregedia. Durante uno dei blocchi stradali e fluviali organizzati dall'Adesep nel cuore dell'Amazzonia, la polizia represse con violenza. Risultato: 45 morti e 93 feriti. Un massacro.
Che non è servito a far prendere al governo una posizione ragionevole. Anzi, il ministro della Giustizia non tardò a scaricare la responsabilità del bagno di sangue sugli indigeni, che si precipitarono a rispedire le accuse al mittente. Fu così che Pastor ha iniziato una vera e propria caccia al leader indigeno. Prima contro Pizango, che è stato costretto a espatriare rifugiandosi in Nicaragua, nonostante il mandato di cattura internazionale che sta pendendo sulla sua testa e su quella di altri quattro attivisti del direttivo di Aidesep. Una persecuzione che sta martoriando tutti i capi della federazione. Sono 89 le persone coinvolte in processi per quanto accadde a Bagua, dove per reazione gli indigeni tennero sequestrati degli agenti di polizia. E tutto questo nonostante la Aidesep partecipi a quattro tavole di lavoro con funzionari governativi e rappresentanti della società civile proprio per stabilire un nuovo giro di discussioni con le comunità indios riguardo a Bagua.
A commentare a PeaceReporter quanto sta accadendo è Mauro Morbello, responsabile di Terre des Hommes-Italia in Perù. "Il malessere delle popolazioni indigene del Perù, non solo di quelle della selva amazzonica, ma anche dell'altopiano andino, non è nuovo ed è motivato da uno storico abbandono in cui i vari governi peruviani hanno lasciato queste popolazioni da secoli. Questo malessere si è però trasformato in rabbia e la rabbia, alla fine in violenza anche cieca e incontenibile, con la rivolta organizzata dalla Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep) lo scorso mese di giugno contro il pacchetto di leggi chiamate "Ley de la selva", fortemente volute dal governo peruviano del presidente Garcia per dare applicazione al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti (TLC). Con queste norme, emanate senza consultare opportunamente le popolazioni interessate, il governo ha fatto un grosso favore agli investitori privati, in realtà soprattutto multinazionali straniere, che possono ora acquistare enormi appezzamenti di terreni nelle zone della foresta amazzonica dove da sempre vivono comunità indigene. Si tratta di aree ricche di materie prime, dal leganame al petrolio, a tantissimi altri prodotti minerari. Grazie a questo pacchetto di norme, ora l`investitore può comprare, cioè ottenere la proprietà delle terre e non più, come prima, solo una concessione temporanea con l`autorizzazione delle associazioni indigene della località. Ancora: l`acquirente può ora effettuare l`acquisto non più dovendo ottenere il consenso dei 2/3 della popolazione residente, ma solo con il voto del 50 percento più uno dei partecipanti all`incontro destinato alla presa della decisione di vendita delle terre. Oltre alla riduzione del quorum, già di per sè lesiva degli interessi collettivi delle popolazioni indigene, questo meccanismo si presta evidentemente ad abusi, non potendosi escludere ad esempio che siano convocati all`incontro solo gruppi accondiscendenti con gli interessi degli investitori interessati all`acquisto. Il pacchetto prevede infine un aumento delle dimensioni delle terre prima previste solo in concessione ed ora acquistabili, portato da 10.000 a 40.000 ettari".
Quindi Bagua: "Dopo di fatti di Bagua - aggiunge Morbello - il governo ha cercato in tutti i modi prima di screditare le organizzazioni indigene effettivamente rappresentative degli interessi più
profondi delle popolazioni locali, in primo luogo Aidesep, promuovendo una campagna pubblicitaria terribile, sui giornali e in televisione, mostrando poliziotti morti e tumefatti dalle torture
degli indigeni che li avevano fatti prigionieri negli scontri di Bagua. A causa del rifiuto dell`opinione pubblica e delle reazioni internazionali a una campagna di così basso stampo, è cambiata
la strategia. Da un lato hanno accusato i leaders di AIDESEP e in primo luogo Pizango di insurrezione e quindi di attentare contro la sicurezza dello Stato, dall`altro hanno cercato di trovare
accordi con i gruppi indigeni organizzati offrendo promesse di soluzione delle controversie a medio termine, irrealizzabili, ma che ottenevano il risultato di sbloccare nell`immediato le
situazioni.
Poi cercando di inserire nuove figure di rappresentanza indigena, con personaggi sconosciuti ai più, che sminuissero di fronte all`opinione pubblica il ruolo di Aidesep che parallelamente veniva
perseguita in termini istituzionali, non solo prevedendo azioni nei confronti dei dirigenti, Pizango ed altri, ma iniziando ad aprire verifiche giudiziali ed extra giudiziali, anche di tipo
fiscale, sull'uso delle risorse e criminalizzando anche i finanziatori, soprattutto organismi della società civile europea, che a loro volta venivano intimiditi in varie forme, compreso il
rischio di non poter più operare in Perù. Da qui l'intenzione di sciogliere Aidesep".
Articolo di Stella Pinelli da Peacereporter del 24/10/2009
Colombia, ecco l'accordo sulle basi statunitensi
Un settimanale colombiano ha svelato i particolari del patto fra Washington e Bogotà

La stampa colombiana ha rivelato i particolari dell'intesa dell'accordo militare fra Washington e Bogotà che nelle scorse settimane ha suscitato accese polemiche in tutto il sudamerica. Secondo un documento pubblicato in esclusiva dal settimanale Camibo i militari statunitensi potranno usare sei basi colombiane e, in caso di necessità, per operazioni congiunte fra i due eserciti. Le sei basi sono "tre comandi aerei da combattimento, due basi dell'Armata e il Centro d'istruzione e addestramento dell'esercito a Tolemaida". A queste sedi militari, che potranno eventualmente variare, potranno accedere non più di ottocento soldati statunitensi salvo che durante la firma dell'accordo le parti non avranno la necessità di aumentare anche questa cifra. Dopo complicati negoziati fra le due potenze, soprattutto per ciò che ha riguardato l'immunità del personale militare statunitense in Colombia, l'accordo sarebbe ora pronto per essere inviato in Parlamento affinche venga approvata una legge che permetta "la presenza di truppe straniere sul territorio nazionale".
Articolo di Peacereporter del 23/10/2009
Corea del Nord, il settantacinque per cento della popolazione rischia la fame
Secondo un esperto dell'Onu le sanzioni imposte al Paese dalle Nazioni Unite mettono a repentaglio la sopravvivenza delle persone

Un rapporto delle Nazioni Unite denuncia che ormai da cinque mesi il settantacinque per cento della popolazione nordcoreana non riceve più gli aiuti del Programma Alimentare Mondiale (PAM).
Questo a causa delle sanzioni Onu che sono state imposte al Paese per scoraggiare i programmi nucleari di Pyongyang. Secondo quanto riporta Vitit Muntarbhorn, l'esperto delle Nazioni Unite
che ha scritto il rapporto di denuncia, fino al mese di maggio il Pam raggiungeva circa sei milioni di persone, ora soltanto due. Muntarbhorn sostiene che le sanzioni Onu vanno ad aggravare le
già dure condizioni della popolazione nordcoreana che ora è anche a rischio fame.
Il rapporto delle Nazioni Unite sostiene inoltre che dal punto di vista dei diritti umani non è stato fatto nessun passo in avanti, a causa della natura repressiva del potere. In particolare sono
le donne le più discriminate che non possono lavorare nel commercio, indossare i pantaloni o usare le biciclette.
Secca la smentita dell'ambasciatore nordcoreano all'Onu , secondo il quale il rapporto contiene solo falsità, distorsioni e bugie.
Articolo di Peacereporter del 23/10/2009
Colpo al cuore dei Pasdaran
Attentato suicida in Sistan-Baluchistan, uccisi venti Guardiani della Rivoluzione. Teheran incolpa l'Occidente, ma sono i trafficanti di droga i principali sospetti

Sono almeno ventinove le vittime dell'attacco suicida avvenuto nella città di Sarbaz, nella provincia del Sistan-Blucistan, nell'Iran sud orientale. Un convoglio di Pasdaran, le milizie
rivoluzionarie, è stato travolto in pieno quando un attentatore si è fatto esplodere nelle strade della città.Chi sono i Pasdaran? Tra le vittime almeno sei ufficiali, tra i
quali il generale Nurali Shushtari, comandante vicario delle forze di terra dei Guardiani della rivoluzione, e il generale Mohammadzadeh, comandante dei Pasdaran per la provincia
Sistan-Baluchistan. Il convoglio era diretto a un incontro con i leader tribali della zona.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionario Islamico, i Pasdaran in lingua farsi, noti all'estero come Guardiani della Rivoluzone, sono una formazione militare nata nel 1979, quando la rivoluzione ha
rovesciato la monarchia in Iran ed erano il ‘braccio armato' dei religiosi a guida della sommossa.
Legati direttamente alla Guida Suprema della Rivoluzione, il grande ayatollah Ali Khamenei, dopo la fase sovversiva, i Pasdaran sono stati inquadrati nel corpo delle forze armate dello Stato, per
controllare i militari di formazione classica guardati da sempre con sospetto dagli ayatollah (il padre dello Scia deposto era un militare di carriera) e per garantire una forza di reazione
rapida, addestrata e molto fedele alla linea religiosa in caso di attacco esterno. Gli effettivi inquadrati nel corpo militare c onta su 300mila uomini, divise in forze aeree, navali e di fanteria. All'interno del corpo dei Pasdaran, s'inquadrano anche milizie di volontari religiosi, chiamate basiji, che si sono
distinti per brutalità e impunità durante le sommesse scoppiate dopo il voto presidenziale in Iran del giugno scorso. Sia i basiji che i Pasdaran sono investiti del compito di vigilare
sull'applicazione del codice islamico.
Una regione turbolenta. L'attacco, per ora, ha suscitato solo indignazione e rabbia nelle istituzioni iraniane. Il comando dei Pasdaran ha diffuso subito un comunicato nel quale, dopo aver celebrato i suoi martiri, accusa potenze straniere di aver architettato l'attentato. In particolare, nel testo, si afferma che Londra è direttamente coinvolta nell'attacco. Ali Larijani, presidente del Parlamento ha invece accusato gli Stati Uniti di essere gli ispiratori della strage. Dopo la rabbia, però, il governo di Mahmoud Ahmadinejad (pasdaran lui stesso in passato e ritenuto il punto di riferimento politico delle divisioni) avrà da riflettere sulla situazione della regione del Sistan-Baluchistan, ai confini con il Pakistan. La provincia, infatti, è abitata dalla minoranza dei Baluchi, islamici di religione sannita e di origine araba (i persiani non sono arabi), in un Paese come l'Iran dove oltre il 90 per cento della popolazione è di confessione sciita. I Baluchi denunciano, da sempre, di essere discriminati e un grupp armato chiamato Jundullah (Soldati di Dio) e attivo da tempo nella regione, con attentati e rapimenti di agenti dei servizi di sicurezza. Il più grave attentato prima di quello odierno risale al febbraio del 2007, quando undici Pasdaran vennero uccisi in un agguato contro l'autobus su cui viaggiavano.
Il Corano e la droga. Secondo Teheran, dietro Jundallah ci sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna (il fratello di uno dei leader lo ha dichiarato in diretta tv in Iran), che
utilizzano il gruppo per destabilizzare il regime degli ayatollah. Questo sospetto rimane nell'ambito della politica, mentre il fatto che il Sistan-Baluchistan sia lo snodo principale de traffico
internazionale della droga sulla rotta dall'Afghanistan all'Europa è un dato certo. Ogni giorno, nella zona, polizia di frontiera, militari e Pasdaran combattono una guerra sena quartiere alla
criminalità dei passatori, che introducono nel Paese i carichi di oppio in transito dall'Afghanistan.
All'interno dei Pasdaran ci sono tanti fanatici religiosi, ostili alla droga per fede. Molti altri, però, sono collusi nel traffico internazionale come sono coinvolti nei gangli vitali
dell'economia iraniana, attraverso le fondazioni religiose e le partecipazioni nel comparto industriale del Paese. Se i Pasdaran corrotti sono una parte, le guardie di frontiera e i poliziotti
hanno forti legami con i trafficanti dai quali vengono arricchiti con le tangenti. Centinaia di sentenze capitali e di roghi della droga sequestrata non ha fermato il racket, che potrebbe essere
il reale mandate dell'attacco di oggi, per lanciare un messaggio chiaro ai Pasdaran attivi nella zona. Anche se il regime, alla vigilia dei colloqui di Vienna sul programma nucleare iraniano,
cercherà di utlizzare a suo vantaggio l'attentato.
Articolo di Christian Elia da Peacereporter del 18/10/2009
Cuba, Fidel Castro: ''Il Nobel per la pace andava dato a Evo Morales''
Nelle sue consuete riflessioni il leader maximo sostiene che il premio sarebbe dovuto andare al presidente boliviano pur ammettendo l'intelligenza politica di Obama

Il leader cubano Fidel Castro ha affermato che sebbene il presidente degli Stati Unit Barack Obama sia stato uno dei pochi politici statunitensi che ha lavorato a favore degli indigeni nel
proprio Paese e nel resto del mondo è stato prematuro avergli concesso il Nobel per la Pace. Nelle sue riflessioni inviate ai media nazionali il leader maximo ha sostenuto che il presidente
bolivariano Evo Morales sarebbe stato un candidato degno di vincere il prestigioso riconoscimento per lo sforzo fatto per arrivare a ricoprire la più alta carica dello Stato sudamericano e
ottenere una quantità enorme di agevolazioni per il suo popolo. La ragione per cui il collega bolivariano non ha ottenuto il premio, ha argomentato il comandante, risiede nel "grande svantaggio"
di non essere "un presidente degli Stati Uniti".
Pur apprezzando le doti politiche di Obama, definito "un uomo intelligente", l'ex presidente cubano non ha potuto fare a meno di ribadire che il democratico "questo premio non lo ha ancora
vinto". Castro ha trovato anche lo spazio per ripercorrere la vita di Morales, dall'infanzia povera alle lotte civili in età adulta, per sottolineare il duro lavoro fatto per poter aiutare dati
al suo popolo.
Articolo di Peacereporter del 16/10/2009
Israele, la Nato valuta l'offerta di Gerusalemme in operazione antiterrorismo
Il governo Netanyahu ha offerto una nave militare per il piano Active Endeavour, creato dopo l'attacco del 2001 alle Torri Gemelle

"La Nato sta valutando le modalità del contributo navale offerto da Israele che già partecipava all'operazione dal 2006 con un ufficiale di marina dell'intelligence nella base di Napoli". Lo hanno rivelato fonti interne all'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico in relazione alla disponibilità di Gerusalemme a incrementare i suoi sforzi nell'operazione antiterrorismo Active Endeavour, nata nel 2001 dopo l'attacco dalle Torri Gemelle. Al momento l'operazione è l'unica della Nato che prende vita dall'articolo 5, ovvero la clausola di difesa collettiva che stabilisce che un attacco contro uno o più stati membri è considerato un attacco contro tutti i membri dell'Alleanza. La norma si applica dal 2004 anche ai Paesi partner e oggi alle attività di pattuglia nel Mediterraneo prendono parte anche Russia e Ucraina, mentre il Marocco sta valutando di partecipare assieme agli altri 7 Paesi arabi che fanno parte del Dialogo Mediterraneo, la partnership creata con la Nato nel 2004.
Articolo di Peacereporter del 13/10/2009
Gambia, il presidente Jammeh sostituisce e fa arrestare il capo dell'esercito
Il militare accusato di corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici

Yahya Jammeh, presidente del Gambia, ha rimosso il generale Lang Tombong Tamba, capo dell'esercito, da ogni incarico. La rimozione del militare è avvenuta lo scorso venerdì mentre ieri Tamba è stato arrestato con l'accusa di corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici.
Oltre al capo dell'esercito sarebbero stati costretti a dare le dimissioni anche altri quattro ufficiali a lui vicini e il segretario permanente alla Difesa. Secondo le fonti locali queste sostituzioni sono solo le prime di una lunga serie di epurazioni che il presidente Jammeh ha intenzione di mettere in atto nei prossimi mesi, come ha dichiarato lui stesso al termine di una visita in una caserma militare a Banjul, la capitale.
A preoccupare ulteriormente è anche l'entrata in vigore da ieri di un nuovo provvedimento che prevede la creazione di una figura di ispettore generale dell'esercito per controllare l'attività
degli ufficiali.
Al potere dal 2004, in seguito a un colpo di stato, il presidente del Gambia non è nuovo a rimpasti di governo o a dimissioni forzate in posizioni di potere strategiche. Questi espedienti,
infatti, consentirebbero a Jammeh di avere la situazione sotto controllo e conservare il proprio potere.
Articolo di Peacereporter del 13/10/2009
Sudafrica, dilagano le proteste nelle township
I manifestanti chiedono al presidente Zuma di mettere in pratica le riforme promesse

Dilagano le proteste nelle township del Sudafrica. Migliaia di manifestanti sono oggi scesi in piazza, a nemmeno cento giorni dall'elezione di Jacob Zuma, per chiedere al presidente di rispettare le promesse fatte durante la campagna elettorale, prima fra tutte la lotta alla povertà dilagante.
Oggi nella township di Standerton nella regione di Mpumalanga, nel nord-est, i manifestanti hanno alzato delle barricate e si sono poi diretti verso gli uffici municipali per chiedere al governo
locale di porre fine alla corruzione. A far scattare le proteste è stata la pesante crisi economica che il Paese sta attraversando e che acuisce le differenze tra le classi agiate e quelle
povere.
Disordini tra polizia e manifestanti si sono registrati anche ieri nella township di Palm Ridge, a est di Johannesburg.
Articolo di Peacereporter del 13/10/2009
Pakistan, 17 talebani uccisi in scontri con l'esercito nella Valle di Swat
Rinvenuti inoltre i cadaveri di 15 guerriglieri talebani con evidenti segni di torture

Nella valle di Swat, nel Pakistan nordoccidentale, nelle ultime ventiquattro ore le forze di sicurezza di Islamabad hanno ucciso diciassette talebani e ne hanno catturati tredici.
Questo è quanto afferma un comunicato stampa dell'esercito, impegnato da sei mesi in un'operazione per smantellare i gruppi di insorti attivi nella zona. Da allora fino a questo momento, sempre
stando ai dati forniti dalle forze di sicurezza, sono rimasti uccisi circa duemila insorti. Nella città di Mangalore, invece, sono stati trovati i corpi di quindici sospetti telebani. Secondo quanto
riferisce il quotidiano pakistano Dawn i cadaveri si trovavano ammassati in tre diverse strade della città e su alcuni di essi vi erano evidenti segni di torture. I portavoce dell'esercito
pachistano sostengono che la morte dei quindici miliziani sia da imputare a una vendetta degli abitanti della zona o a una faida locale. La spiegazione dei militari non convince però le
organizzazioni per i diritti umani attive nella Valle di Swwat che accusano i soldati di torturare in gran segreto le persone sospettate di simpatizzare per i talebani,
Più a sud, nella regione meridionale del Sud Waziristan, regione tribale al confine con l'Afghanistan, oggi un gruppo di filo-talebani ha lanciato otto razzi contro una base dell'esercito, ferendo
quattro soldati.
Articolo di Peacereporter del 08/10/2009
India, i ribelli maoisti naxaliti hanno colpito nel Maharashtra
I guerriglieri hanno incendiato un'auto della polizia e dato fuoco al palazzo del governo cittadino

I ribelli maoisti naxaliti hanno compiuto due attacchi nel distretto di Gadchiroli, nello stato centrale del Maharashtra. I naxaliti hanno incendiato un'auto della polizia, ferendo due agenti, e
dato fuoco al palazzo del governo cittadino.
Gli incidenti sono avvenuti a circa 1.200 chilometri da Bombay, la capitale dello Stato, ai confini con l'Andhra Pradesh, la zona che per lungo tempo è stata la roccaforte dei maoisti. Proprio ieri
Chidambram, il ministro dell'Interno federale, si era rivolto ai Naxaliti per il mantenimento della pace.
Articolo di Peacereporter del 08/10/2009
GreenPeace, multinazionali spagnole alla conquista del continente americano
Incalcolabili i danni causati dalle multinazionali spagnole nel contiente americano

Non usa mezzi termini GreenPeace nell'ultima informativa pubblicata: le multinazionali spagnole impegnate in America Latina sono colpevoli di aver depredato l'ambiente. Nonostante l'apparente
immagine trasparente che vogliono far credere di avere all'interno dei propri confini nazionali.
Infatti, è proprio fuori dall'Europa, soprattutto in America Latina, che le multinazionali spagnole danno il peggio.
Molti i settori presi in considerazione nelle quasi 110 pagine dell'informativa titolata: Los nuevos conquistadores. Multinacionales españolas en America Latina. Si passa dai danni causati
dall'industria petrolifera a quella alberghiera passando per le più che importanti aziende di carbone. E proprio su questo tema si sofferma il rapporto. Secondo quanto dichiarato da GreenPeace,
infatti, Union Fenosa e Iberdrola, due importanti aziende iberiche, sarebbero in procinto di ampliare i loro progetti di estrazione di carbone in Guatemala, rischiando di causare danni ambientali
difficilmente riparabili.
Ma sono progetti che riguardano solo una determinata area, quella dei paesi cosiddetti poveri del centro e sud america. Sì, perchè nei progetti riguardanti paesi del vecchio continente le stesse
aziende mettono in primo piano strategie di relative a fonti di energia rinnovabile.
Pagine fitte di dati e informazioni sulle attività delle multinazionali che stanno mettendo in serio pericolo l'ambiente dell'intero continente americano.
Il portavoce di GreenPeace, Mario Rodriguez, però, tiene a sottolineare che le multinazionali spagnole non hanno progetti più dannosi rispetto a altre di altre nazionalità. E cita due delle maggior
multinazionali al mondo del settore petrolifero: Shell e Exxon ritenendo che "le attività di queste aziende non siano differenti da quelle di Repsol".
Un altro settore da tenere in considerazione secondo GreenPeace è quello dell'industria turistica. Chilometri di costa, soprattutto nei paesi dove il turismo è ancora una voce importante del Pil,
come il Messico, distrutti e dati in pasto a colate di cemento. Foreste di mangrovie necessarie alla sopravvivenza dell'ambiente rase al suolo. Specie animali che corrono il serio pericolo di
estinguersi. E tutto in nome del dio profitto. "Senza nemmeno restituire parte dei proventi alle comunità locali" dice Rodriguez che aggiunge: "Le imprese spagnole hanno distrutto prima le coste
spagnole e adesso cercano di portare lo stesso modello anche in questa parte del mondo. E non ci viene nemmeno raccontato cosa stanno facendo lungo la Riviera Maya" zona molto frequentata dal turismo
internazionale. Su tutti spicca il clamoroso caso di un hotel costruito nei pressi della famosa località turistica Cancun: il resort è sorto dopo aver completamente distrutto l'habitat della zona che
comprendeva una vasta distesa di mangrovie e di animali. Da qui la decisione di GreenPeace di chiedere al governo di Madrid di non difendere le compagnie che hanno compiuto stragi ambientali.
Vane le scuse della compagnia, che ha edificato l'hotel, che da sempre ha sostenuto di aver costruito su un territorio già devastato da cicloni tropicali.
In ogni caso non è stata solo GreenPeace a puntare il dito contro le opere delle grandi multinazionali. Anche l'organizzazione non governativa Paz con Dignidad dopo un accurato studio ha reso noti
dati molto interessanti. Pare infatti che le multinazionali spagnole investano solo l'1,2 percento dei loro guadagni in responsabilità sociale a scapito di un aumento dei guadagni che dal 2004 ha
raggiunto il 156 percento.
Insomma, sembra che le multinazionali poco si preoccupino dei danni che causano e si comportino nello stesso modo dei conquistadores che misero in ginocchio l'intero continente
Articolo di Alessandro Grandi da Peacereporter del 02/10/2009
Kosovo, la minoranza serba chiede maggiore rappresentanza politica
Nella città di Gracanica è stato creato un forum per organizzare la popolazione in vista delle elezioni di novembre

I serbi del Kosovo chiedono una maggiore rappresentanza. Nella città di Gracanica è stato istituito un forum politico in vista delle prossime elezioni. Ad adoperarsi per la creazione dell'organizzazione sono stati 50 cittadini di Gracanica, ma anche alcuni abitanti dei villaggi vicini. Momcilo Traijkovic, ex leader del Movimento serbo di resistenza, è stato eletto come presidente. In un'intervista rilasciata alla radio, Traijkovic ha dichiarato che la popolazione serba residente in Kosovo sta attraversando un difficile momento di crisi economica e necessita di una guida politica. Il forum potrebbe così trasformarsi un uno strumento di aiuto per Belgrado per mantenere stabile la linea politica della capitale in Kosovo. Anche il presidente del Kosovo, Fatmir Sejdiu, ha invitato i serbi ad organizzarsi e a partecipare alle elezioni in programma il 15 di novembre. "Il contributo della popolazione serba – ha affermato Sejdiu – è fondamentale per creare un futuro migliore per la nostra repubblica".
Articolo di Peacereporter del 02/10/2009
Guinea, in migliaia per ricordare le vittime della repressione militare dei giorni scorsi
A Conakry le famiglie delle vittime si riuniscono per il riconoscimento dei cadaveri

Una folla di migliaia di guineiani si è riversata questa mattina nella spianata della grande moschea della capitale Conakry per partecipare al cordoglio delle famiglie delle vittime della strage
del 28 settembre. Nel luogo dell'incontro, dove sono stati posti gli oltre cinquanta feretri per il riconoscimento da parte dei familiari, erano presenti agenti di polizia in tenuta anti sommossa che
a fatica sono riusciti a contenere i giovani durante qualche accenno di protesta. Ai partecipanti accorsi per dare un ultimo saluto alle vittime si sono uniti coloro che sono scesi in piazza per
ricordare il cinquantunesimo anniversario - che ricade oggi - dell'indipendenza del Paese dalla Francia. "La giunta vuole nascondere la verità, il numero dei morti è più alto di questo. Nottetempo
hanno interrato i corpi. Sono venuti per uccidere la popolazione" ha dichiarato uno dei manifestanti ai reporter.
Secondo quanto sostenuto dalla giunta militare al potere, guidata da Moussa Dadis Camarà, le vittime delle violenze di lunedì scorso sarebbero 56, mentre per l'Onu e le organizzazioni di difesa dei
diritti umani di stanza in Guinea la cifra dei morti supererebbe i 150. Intanto i governanti hanno fatto sapere che la riapertura delle scuole, prevista per lunedì, è stata posticipata al 15 ottovre.
L'inasprimento delle misure di sorveglianza ha portato a ordinare alle compagnie telefoniche nazionali il blocco degli sms per evitare che eventuali contestatori possano organizzare nuove
manifestazioni di piazza.
Articolo di Peacereporter del 02/10/2009
Golpe in Honduras, 96° giorno di resistenza
La voce dal cuore della resistenza honduregna

Ieri sera (mercoledì ndr.) in diverse colonie e quartieri della capitale, ma anche di altre cittá si sono svolte bullarangas, che significa fare rumore con qualsiasi cosa, coperchi di pentole,
strumenti e qualsiasi cosa che faccia rumore e forte... un'altra sfida al regime e al suo stato d'assedio
Oggi (giovedì) la marcia è partita dall'ambasciata degli Stati Uniti e si è mossa fino al centro. Nonostante l'immensa militarizzazione che l'ha accompagnata, per fortuna non c'è stata repressione.
Negli uffici del Cofadeh continuano comunque ad arrivare persone che denunciano qualsiasi tipo di abuso da parte della polizia e dei militari.
I campesinos arrestati durante lo sgombero dell'Ina di ieri stanno propio in questo momento affrontando il processo e non si sa ancora il risultato, pare che la maggior parte di loro saranno accusati
di sedizione, mentre le 6 donne, i 2 minorenni e i 3 anziani sono stati liberati.
Domani altra marcia, partendo sempre dall'ambasciata Usa.
Cooperante italiana in Honduras. Anonima
Articolo di Peacereporter del 02/10/2009
Colombia, un miliziano su quattro è minorenne
Un rapporto rivela che sono 14mila i minori assoldati con la forza dai combattenti

Un rapporto della Coalizione contro il coinvolgimento dei minori nel conflitto (Coalico) e dalla Commissione colombiana dei giuristi (Ccj) rivela che in Colombia un combattente su quattro ha meno
di diciotto anni.
I vari gruppi paramilitari che operano nel Paese contano tra le loro fila un totale di 14mila minori. Nel rapporto si legge che“la criminalizzazione dei giovani delle zone urbane depresse, il loro
reclutamento da parte di bande criminali o nuovi ‘gruppi emergenti’, così come l’utilizzo di bambine, bambini e adolescenti in forme di violenza socio-politica sono tutte circostanze che si
incrociano nella nostra realtà”. Nei gruppi sorti a seguito dello scioglimento dello squadrone della morte di destra Autodifese Unite della Colombia (Auc) ve ne sarebbero almeno 2mila.
Dati ancora peggiori arrivano dall'ufficio nazionale dell' Ombudsman, secondo cui almeno il 20 per cento dei minori colombiani sarebbe coinvolto nel conflitto.
Articolo di Peacereporter del 02/10/2009
Kenya, sfratti nella foresta
Il governo vuole sfrattare 20mila famiglie che hanno contribuito al disboscamento della foresta Mau e alla siccità della zona

Peter Ole Nkolia mostra lo scheletro a terra di una delle sue mucche. Fino a poco tempo fa ne possedeva una cinquantina. Ora gliene sono rimaste solo quattro.Il Kenya sta affrontando una delle
siccità peggiori degli ultimi anni, ma a differenza di quanto successo nel passato, questa volta sono stati trovati dei "colpevoli: " Spero solo che i coloni della foresta Mau vengano sfrattati -
dice Nkolia - Se prosegue la distruzione della foresta, moltissime persone finiranno per soffrire e presto non si vedranno in giro solo gli scheletri degli animali, ma che anche quelli degli
uomini"
La foresta Mau è considerata, insieme con il ghiacciaio del Kilimangiaro e i laghi della Rift Valley, una delle riserve d'acqua più importanti del Paese, il cui ecosistema è stato però messo
gravemente in crisi dal disboscamento prodotto dagli insediamenti agricoli, dal commercio di legname e dalla produzione di carbone. Tutte attività per la maggior parte illegali, che negli ultimi
dieci anni hanno distrutto più di un quarto della foresta.
Le colline Mau, una volta fitte di vegetazione lussureggiante, ora appaiono spoglie e divise in possedimenti. Enormi distese nere mostrano i fuochi dove la legna viene bruciata per produrre
carbone. Il disboscamento di queste colline ha alimentato, per 24 anni, il potere dell'ex presidente Daniel arap Moi, che ha dato in concessione le terre in cambio di voti. La corruzione di alcuni
funzionari statali ha fatto il resto, con il risultato che ora più di ventimila famiglie cercano di sopravvivere su quei campi. Ventimila famiglie che il governo ha deciso di sfrattare, che abbiano i
titoli legali per possedere quella terra o meno. "Siamo spaventati - dice Kipkorir Ngeno, un insegnate che si è trasferito su queste colline nel 2001 e che qui ha avuto sei figli - Ci chiamano
"abusivi" ... ma questa è la mia terra e non è illegale". Ha ragione Ngeno ad essere spaventato perché solo coloro che potranno mostrare dei documenti validi, e non falsificati, avranno diritto ad
essere trasferiti da qualche altra parte nel Paese: sostanzialmente, secondo i primi calcoli, solo il 10 percento.
Il Fiume Njoro, che nasce nella foresta Mau e scorre giù per le colline, è completamente secco. Il problema è grave perché l'acqua che si forma nella foresta alimenta diversi fiumi usati per produrre
energia idroelettrica, e numerosi laghi, fra i quali il lago Vittoria, oltre che le riserve naturali di Serengeti, Masai Mara e Nakuru. La siccità rischia di colpire milioni di persone, ben al di là
dei confini kenioti, e il danno economico viene stimato in 300 milioni di euro. Ma questo potrebbe non essere il problema peggiore, in un Paese in cui ogni tensione viene acuita dalle differenze
etniche. Gli agricoltori Masai come Nkolia sono esasperati e le milizie Masai sono già pronte a colpire i coloni della foresta, per la maggior parte di etnia Kalenjin. Il rischio di un conflitto
interno è alto. "Non posso starmene qui a soffrire mentre loro stanno bene - conclude Nkolia - Quando il mio campo sarà completamente secco andrò da loro e il risultato sarà un conflitto. Così
come stanno andando le cose non va affatto bene".
Articolo di Peacereporter del 29/09/2009
Zimbabwe, la Corte Suprema scagiona l'attivista per i diritti umani
Jestina Mukoko era accusata di cospirazione nei confronti del regime di Mugabe. Il tribunale si è pronunciato a suo favore: 'lo Stato ha leso i diritti della ricorrente'

La Corte Suprema dello Zimbabwe ha respinto oggi l'accusa contro la leader attivista per i diritti Jestina Mukoko indicata dalle forze dell'ordine come presunto mandante di un complotto per
rovesciare il presidente ottantacinquenne Robert Mugabe. La Corte ha sostenuto che lo Stato aveva violato i diritti dell'imputata. "Lo Stato - ha sostenuto il giudice Godfrey Chidyausiku - tramite i
propri agenti ha violato il diritto costituzionale della ricorrente, obbligandola ad una condizione permanente di procedimento penale". Mukoko è stata sequestrata in casa sua nel dicembre del 2008 e
detenuta in un luogo sconosciuto prima di essere trasferita nel noto carcere di Chikurubi, fuori da Harare. L'accusa ascrittale è stata quella di aver reclutato persone per addestrarle al terrore nel
vicino Botswana. Meccanica la smentita sia da parte del governo di Gaborone che da parte del Movimento per il Cambiamento Democratico (MCD) che fa capo al primo ministro del governo di Harare e
leader riformista Morgan Tsvangirai.
Durante la sua permanenza nel carcere di Chikurubi gli avvocati della donna hanno sempe denunciato che la loro assistita veniva sistematicamente torturata dagli agenti di custodia nel tentativo di
costringerla a confessare le accuse di banditismo e tradimento. Il suo arresto insieme a quello di decine di altri attivisti legati al MCD ha minacciato la regolarità dei colloqui per la
formazione del governo di unità dello Zimbabwe. Mukoko, che è uscita dal carcere nel marzo scorso dietro pagamento di una cauzione, ha dichiarato di sentirsi serena per il verdetto. "Sono ovviamente
sollevata, le accuse non avevano senso e non credo che la gente mi possa incolpare per qualcosa di simile" ha sostenuto l'attivista, rivelando il suo senso di vergogna per "essere stata indicata come
una criminale comune".
Articolo di Peacereporter del 28/09/2009
Guinea, polizia spara sulla folla: almeno 9 morti
Aperto il fuoco sui manifestanti dentro e fuori dallo stadio di Conacry. Il bilancio potrebbe aggravarsi

Almeno 9 persone sono rimaste uccise in Guinea dopo che le forze dell'ordine hanno aperto il fuoco sui manifestanti dell'opposizione nelle prossimità e dentro uno stadio della capitale
Conakry.
Reuters riporta la testimonianza di Thierno Maadjou Sow, presidente di Guinea Human Rigths Organization, che dichiara: "Ho contato nove corpi, ma non siamo ancora stati in grado di raggiungere gli
spalti dello stadio, dove ci sono altri morti".
Le violenze seguono un periodo di instabilità politica dovuto all'aumento delle proteste dell'opposizione alla giunta militare che guida il paese. Non è la prima volta che la polizia spara sui
manifestanti: l'ultima volta era successo a inizio giugno e prima ancora nel novembre scorso a seguito di manifestazioni contro il commercio di bauxite. Le tensioni politiche derivano anche da
ingenti interessi economici che attraversano il paese, maggiore produttore mondiale di bauxite.
Articolo di Peacereporter del 28/09/2009
Iraq, serie di attacchi in tutto il Paese. Almeno 13 i morti
Bombe a Baghdad e nella provincia di Anbar. Si rialza la tensione dopo giorni di tranquillità

Una serie di attacchi in tutto il paese ha interrotto oggi la relativa quiete seguita alla fine del mese di Ramadan. Almeno 13 morti in quattro distinti attacchi sono stati dichiarati dalla
polizia, la quale rimane il principale bersaglio degli attentati nel paese. Nella provincia di Anbar, un'autobotte imbottita di esplosivo ha forzato un posto di blocco prima che il conducente si
facesse esplodere, uccidendo sette poliziotti. Testimoni riferiscono che diverse auto e parte degli edifici sono stati distrutti dall'esplosione. Nella mattinata, una bomba piazzata su un minivan ha
ucciso tre dei suoi passeggeri: bombe calamitate attaccate ad automezzi sono un metodo sempre più utilizzato in Iraq.
Altre due bombe sono esplose a Baghdad: la seconda esplosione è avvenuta non appena la gente è accorsa sul luogo della prima uccidendo almeno tre persone e ferendone 28.
Dopo che la città ha goduto del più tranquillo Eid-al-Fitr (festa di fine Ramadan) da anni, gli attentati di oggi riportano alla realtà degli scontri settari in atto nel paese.
Articolo di Peacereporter del 28/09/2009
Iran, secondo il Daily Express Riad appoggerebbe un attacco israeliano
Secondo il quotidiano britannico l'Arabia Saudita sarebbe pronta a concedere l'uso del suo spazio aereo

Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico Daily Express, l'Arabia Saudita sarebbe pronta a permettere l'uso dello spazio aereo saudita a Tel Aviv, in caso di attacco ai siti nucleari
iraniani.La possibilità di bombardare l'impianto situato vicino alla città di Qom sarebbe stato discusso nel corso di una riunione che si è tenuta a Londra fra il direttore del MI6, il servizio
segreto britannico, quello del Mossad, e alcuni funzionari dei servizi sauditi. Alcuni dettagli di questo incontro sono emersi nel momento in cui John Bolton, ex ambasciatore statunitense alle
Nazioni Unite, si è lasciato scappare che "Riad, approverebbe sicuramente" un attacco da parte di Tel Aviv, parlando ad un convegno di analisti politici.
L'impianto vicino a Qom, scoperto tre anni fa dall'intelligence britannico, statunitense e francese, che può ospitare fino a 3000 centrifughe per l'arricchimo dell'uranio, viene visto come una delle
minacce più gravi sia dalle autorità israeliane che da quelle saudite.
Mosca, che in passato si è più volte opposta alle sanzioni contro Teheran, ha fatto sapere di aver trovato le ultime indiscrezioni "inquitanti".
Articolo di Peacereporter del 28/09/2009
G20, il nuovo ordine mondiale
A Pittsburgh, sede del summit dei potenti del pianeta, clima da 'legge marziale' per fronteggiare le proteste dei 'no-global'. Dal vertice, nessun serio provvedimento per scongiurare nuove crisi

Le immagini della repressione delle proteste a Pittsburgh, in occasione del summit del G20, sembrano tratte da uno di quei film di fantascienza orwelliani ambientati in un indefinito e cupo futuro dominato da regimi polizieschi e leggi marziali.
Duri con i manifestanti. Un battaglione della Guardia Nazionale, appena rientrato dall'Iraq, erige check-point sorvegliati da blindati Hummer e pattuglia le strade attorno alla
sede del vertice, dove riecheggia senza sosta l'inquietante messaggio diffuso da
altoparlanti, con una voce mono-tono quasi inumana, che avverte i manifestanti: "Lasciate immediatamente questa zona, qualsiasi siano le vostre intenzioni. Se non vi disperdete, sarete arrestati e
soggetti ad altre azioni di polizia, tra cui la rimozione fisica, l'intervento degli agenti antisommossa e l'uso di munizioni non letali che possono provocare ferite a chi rimane".
Dalle parole ai fatti.
Rabbiosi 'robocop' della polizia antisommossa marciano per le strade in formazione
militare, aizzano cani al guinzaglio contro i passanti, poi fanno cordone e minacciano e picchiano i manifestanti con lunghi bastoni di legno, li rincorrono e li
ammanettano con lacci di nylon (come i prigionieri di guerra), sparano sulla folla proiettili di gomma e candelotti di gas urticanti.
Intervengono anche le forze speciali di polizia (Swat), con blindati e altri mezzi militari che 'sparano' sui manifestanti onde sonore assordanti, e, scena surreale, soldati dell'esercito in mimetica che scendono da un auto civile e si portano via
a forza un manifestante, senza nemmeno ammanettarlo, mentre la gente attorno assiste attonita a questo rapimento.
Morbidi con i banchieri. Questo clima da legge marziale ha accolto i manifestanti 'no-global' arrivati a Pittsburgh per protestare contro i potenti del mondo, accusati di aver soccorso le banche speculatrici responsabili della crisi con
sussidi pubblici per 18 trilioni di dollari, invece di aiutare le vittime di questa crisi, in particolare i milioni di lavoratori che hanno perso il lavoro e le decine di milioni di cittadini che
hanno perso il loro risparmi.
Nel mirino dei manifestanti, più in generale, c'è il 'capitalismo globale' che difende i profitti di pochi a discapito dei bisogni della popolazione, un sistema cinico che specula su tutto e su
tutti, senza limiti, senza regole.
Il G20 di Pittsburgh era stato presentato come 'la nuova Bretton Woods' che doveva riformare e regolamentare il mercato finanziario globale per evitare gli eccessi speculativi che hanno prodotto
l'attuale recessione.
Invece, come prevedibile, le forti pressioni della potente lobby bancaria e finanziaria mondiale hanno bloccato tutti provvedimenti radicali di cui si discuteva alla vigila del vertice.
Dall'agenda del summit sono stati esclusi la 'tobin-tax' sulle transazioni finanziarie, il divieto di speculazione su materie prime e derrate alimentari, la riforma delle agenzie di rating e delle
autorità di vigilanza colluse con l'alta finanza speculativa, l'obbligo di un'adeguata capitalizzazione delle banche per ridimensionare il rischioso sistema creditizio basato su riserve frazionarie
quasi inesistenti e la creazione di un chiaro calendario di scadenze per combattere il riscaldamento globale.
Dal summit di Pittsburgh uscirà solo qualche proposta demagogica, come la limitazione dei bonus per i manager della finanza, e l'impegno per un maggiore coordinamento economico globale attraverso il
rafforzamento di organismi come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, tanto cari ai 'no-global'.
Articolo di Enrico Piovesana da Peacereporter del 25/09/2009
Messico, 5mila morti in 15 anni nel tentativo di varcare il confine con gli Usa
Lo rende noto il rapporto della Commissione nazionale messicana per i diritti dell'Uomo, ma i dati rischiano di essere sottostimati

Sono almeno cinque mila le persone che sono morte negli ultimi 15 anni, cercando di varcare il confine che separa il Messico dagli Stati Uniti. Lo ha reso noto la Commissione nazionale per i
diritti umani messicana, che ieri ha presentato il suo rapporto a Città del Messico.
I numeri sono incerti. Secondo le stime, basate su dati ufficiali, le persone che hanno perso la vita varcando illegalmente la frontiera variano da 3861 a 5607, ma sono cifre rischiano di essere
ampiamente sottostimate. E' quanto si legge nel rapporto "Politiche letali, muri mortali", stilato dalla Commissione nazionale per i diritti dell'Uomo messicana, in collaborazione con l'Associazione
americana di difesa delle libertà civili. Le organizzazioni per il rispetto dei diritti umani calcolano, invece, che a perdere la vita negli ultimi 15 anni siano stati almeno in dieci mila. Dati, che
peraltro non tengono conto delle vittime dei trafficanti di esseri umani, un fenomeno in netto aumento, come denunciato dalla commissione.
Sembra invece diminuito, nel corso degli ultimi due anni, il numero di messicani che cerca di trovare fortuna negli Stati Uniti in seguito alla crisi economica, ma non è diminuito il numero delle
vittime: almeno una al giorno. "La migrazione deve tornare nell'agenda dello sviluppo sociale, lavorativo ed economico - ha dichiarato José Luis Soberanes, presidente della Commissione - Se le
economie di Messico e Stati Uniti hanno tratto benefici dalla migrazione e dal lavoro dei migranti, è arrivato il tempo di rispondere con giustizia, con azioni concrete per salvaguardare i loro
diritti."
Articolo di Peacereporter del 25/09/2009
Storie di ordinaria follia
Ancora testimonianze dal paese centramericano piegato dalla reazione violenta del governo golpista che non accetta il reintegro del presidente legittimo

Ancora voci dall'Honduras. Nonostante i colloqui tra Zelaya e i rappresentanti del governo golpista siano iniziati, la repressione continua e la resistenza cresce."La situazione peggiora di
giorno in giorno. Sempre più feriti e detenuti, ci sono già diversi compagni dichiarati prigionieri politici e noi corriamo con le delegazioni dei diritti umani da un quartiere all´altro per impedire
che la polizia si porti via i giovani, che entrino nelle case sparando lacrimogeni e che facciano tutto quello che gira loro per la testa malata che si ritrovano.
Nonostante tutto, la gente si sta organizzando ogni notte in barricate e contro gli attacchi della polizia e dei militari, sta nascendo una coscienza ormai di classe! Da tutto il paese sta arrivando
gente per unirsi alle mega marce della capitale, però ci sono azioni ovunque anche nelle comunità disperse, tutte contro il golpe".
Cooperante italiana in Honduras
E poi ancora. "Un minorenne è stato ferito da un proiettile sparato dagli agenti di polizia che sono arrivati, in sei pattuglie intorno alle otto di sera, per reprimere le proteste tra la 10 e
la 27, nel sudest di San Pedro Sula.
Il ferito è stato portato all'ospedale Mario Rivas e adesso è fuori pericolo.
La Resistencia ha bloccato le strade incendiando quel che trovava e gridando contro il governo golpista. I poliziotti hanno sparato per disperderli.
Nei pressi della 23, qualcuno ha sparato contro le pattuglie. Una marea di militari ha circondato la zona e è arrivata una ambulanza, che fa supporre che un agente sia rimasto ferito.
A Juan Ramón Molina, uscita Puerto Cortés, dove la maggioranza dei residenti sono maestri e maestre.
Dopo mezzora, una pattuglia della polizia che seguiva da vicino la protesta, ha sparato per terra, varie volte, senza preoccuparsi della presenza di bambini che stavano giocando lì attorno. A sentire
gli spari, sempre più gente si è riversata per la strada e i poliziotti si sono dispersi. Ci sono state proteste a Satelite e Céleo Gonzales, verso La Lima e nei settori Chamelecón e Cofradía, verso
Tegucigalpa e verso occidente.
Il giorno dopo, 15mila honduregni si sono riversati nelle strade di tegucigalpa. Ma la repressione è stata forte proprio nei quartieri popolari. Militari e agenti della polizia nazionele, uniti ai
Cobras hanno aggredito i manifestanti in pieno centro della capitale. Nelle foto si puo vedere che le vittime sono state colpiti e torturati. È il caso di Walter Javier Rodríguez, 21 anni.
A quanto riferito da Radio Globo, i detenuti sono portati su una collina nei pressi dell'edificio dei pompieri e torturati dalla polizia.
Dall'Honduras, Dick Emanuelsson
Articolo di Stella Pinelli da Peacereporter del 25/09/2009
Per cosa sono morti?
Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici?

Era partito per fare la guerra, per dare il suo aiuto alla sua terra. Gli avevano dato le mostrine e le stelle e il consiglio di vender cara la pelle. (...) Ora che è morto la patria si gloria
d'un altro eroe alla memoria. Ma lei che lo amava, aspettava il ritorno d'un soldato vivo. D'un eroe morto che ne farà se accanto, nel letto, le è rimasta la gloria d'una medaglia alla memoria.
(Fabrizio De André, La ballata dell'eroe) L'Italia piange i suoi soldati morti a Kabul in un attentato della guerriglia talebana.
Peacereporter dedica loro, e alle loro famiglie, questi versi di Fabrizio De Andrè.
Per cosa sono morti?
Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici? No.
Non per la pace, perché i nostri soldati in Afghanistan stanno facendo la guerra.
Non per la libertà, perché i nostri soldati stanno occupando quel paese.
Non per la democrazia, perché i nostri soldati proteggono un governo-fantoccio che non ha nulla di democratico.
Non per la sicurezza internazionale, perché i nostri soldati stanno combattendo contro gli afgani, non contro il terrorismo islamico internazionale: a questo, semmai, stanno fornendo un pretesto per
odiare e attaccare l'Occidente e anche il nostro paese.
E allora per cosa sono morti?
La risposta l'ha data il generale Fabio Mini, ex comandante del contingente Nato in Kosovo, intervenendo la scorsa settimana a un dibattito sull'Afghanistan tenutosi a Firenze e organizzato da
Peacereporter:
"Ufficialmente lo scopo fondamentale, il center of gravity, della missione non è la ricostruzione, o la pacificazione né la democrazia: è la salvaguardia della coesione della Nato in un momento di
crisi della stessa. Questo è lo scopo dichiarato, scritto nei documenti ufficiali della missione Isaf. La Nato è in Afghanistan esclusivamente per dimostrare che è coesa: lo scopo è essere insieme.
Ecco perché gli Stati Uniti chiedono soldati in più: ma pensate davvero che manchino loro le forze per far da soli? Credete davvero che i nostri soldati o i lituani siano importanti? No! L'importante
è che nessuno si sottragga a un impegno Nato. Ecco perché vengono chiesti continuamente uomini agli alleati".
"Agli infami, vigliacchi aggressori che hanno colpito ancora nella maniera più subdola diciamo con convinzione che non ci fermeremo", avverte il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
E' stravagante definire ‘vigliacchi' uomini che sacrificano la propria vita per uccidere il nemico. Forse questo giudizio andrebbe riservato ai piloti alleati che da mille piedi di altitudine
sganciano bombe che fanno strage di talebani e civili, sapendo di non poter essere né visti né colpiti.
Anche chiamare ‘aggressori' i guerriglieri talebani che colpiscono le truppe d'occupazione Nato è curioso. Siamo noi che abbiamo aggredito loro invadendo il loro Paese.
"Non ci fermeremo", conclude La Russa in tono bellicoso. Altri soldati italiani dovranno quindi sacrificare le loro vite e stroncare quelle di altri afgani, combattenti e non. Da maggio, per la
cronaca, le truppe italiane hanno "neutralizzato" almeno cinquecento "nemici" nelle battaglie combattute nell'ovest dell'Afghanistan con il massiccio impiego di carri cingolati ed elicotteri da
combattimento. E presto, come annunciato, anche con le bombe sganciate dai nostri Tornado.
Secondo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, bisogna "conquistare il cuore degli afgani per fare terra bruciata di ogni complicità e omertà verso i terroristi".
Ma finché l'occupazione e la guerra continueranno, con le stragi di civili, i rastrellamenti, la distruzione dei villaggi, la terra bruciata si allargherà attorno ai nostri soldati e la guerriglia
afgana diventerà sempre più popolare. La rabbia e il dolore di chi, a causa delle truppe occidentali, perde un familiare, la casa, una parte del corpo o semplicemente la libertà e la dignità, non
fanno che portare acqua al mulino del "nemico". Un nemico che, infatti, più la guerra va avanti, più si rafforza e guadagna consensi.
Articolo di Enrico Piovesana da Peacereporter del 17/09/2009
Etiopia, Primo Ministro: 'Non ci sono militari etiopi in Somalia'
Meles Zenawi risponde ad alcune notizie recenti di incursioni a sostegno di Sheik Sharif

Il primo ministro etiope Meles Zenawi ha dichiarato oggi che non ci sono forze etiopi in territorio somalo.
Zenawi respinge così alcune notizie recenti in cui si riportava di incursioni militari in Somalia dell'esercito etiope, a supporto del governo transitorio di Sheik Sharif.
Le truppe etiopi si sono ritirate circa nove mesi fa dal territorio somalo. Da quel momento le milizie Al Sabaab hanno iniziato la lotta contro il governo transitorio voluto dagli Stati Uniti.
Nonostante il governo continui a negare, diverse fonti affermano che l'Etiopia avrebbe risposto all'appello di aiuto lanciato il giugno scorso da Sheik Sharif ai paesi vicini. Le forze etiopi si
sarebbero dislocate nella regione di Gelgadut e nella città di Belet Weyne, situata circa 250 Km a nord di Mogadiscio a ridosso del confine etiope.
Articolo di Peacereporter del 17/09/2009
Costa d'Avorio, responsabili disastro ambientale sapevano tutto
I dirigenti della multinazionale Trafigura incriminati dalle loro stesse mail

La multinazionale di servizi logistici Trafigura sapeva benissimo che i rifiuti scaricati in Costa d'Avorio erano tossici.
Nell'agosto 2006, 17 persone morirono e migliaia rimasero intossicate per colpa delle 528 tonnellate di rifiuti scaricati illegalmente dalla nave Probo Koala ad Abidjian. L'evento fu descritto come
il più grave caso di smaltimento illegale di rifiuti tossici del ventunesimo secolo.
L'azienda ha patteggiato col governo ivoriano un risarcimento di 152 milioni di euro, salvandosi così dal processo. Non sono finite però le inchieste della magistratura inglese.
Alcuni media britannici, come BBC e The Guardian, hanno pubblicato il contenuto di alcune mail scambiate tra i dirigenti della Trafigura che provano il loro coinvolgimento nel caso. Nonostante
abbiano sempre negato, ora risulta chiaro che fossero a conoscenza del contenuto del cargo.
La nave era stata respinta dall'Europa, destinazione originaria del carico: a quel punto, come si legge in una mail, il presidente dell'azienda, Claud Dolphin, chiese al suo staff di "essere
creativi" nella soluzione del problema.
Articolo di Peacereporter del 17/09/2009
Indonesia, a Jakarta si arresta chi chiede l'elemosina
Durante il mese di Ramadan la pratica è diffusa e il governo teme il racket

Negli ultimi giorni del mese di Ramadan i musulmani diventano molto generosi con i mendicanti: uno dei pilastri dell'Islam, la "zakat" (elemosina rituale), viene rispettata con particolare
diligenza. Nella capitale indonesiana migliaia di povere persone affluiscono dalla campagna per approfittare di questa generosità. Rischiano però di essere arrestati in osservanza di una legge
approvata nel 2007 che vieta di mendicare.
Questo provoca scene drammatiche di camionette della polizia piene di disperati colpevoli di aver teso la mano. Il governo si difende però sostenendo che esiste un vero proprio racket che trasporta
appositamente le persone in città per poi requisire loro il ricavato delle suppliche. Sarebbero dunque i criminali il vero obiettivo del provvedimento.
Il presidente del Consorzio Urbano Cittadino di Jakarta, Wharda Haf, sostiene che "si stà cercando di nascondere la povertà dietro ai grattaceli. Hanno varato questa legge per criminalizzare la
povertà. Loro sanno che questa legge non risolve il problema, ma preferiscono non vedere che affrontarlo".
Articolo di Peacereporter del 17/09/2009
Iran, Amnesty denuncia nuovi rischi per vittime di torture
L’organizzazione chiede alle autorità di sottoporre a processo i responsabili

Amnesty International ha chiesto garanzie alle autorità iraniane per le vittime di tortura e stupri dopo la rivolta nel Paese e l'avvio dei processi ai responsabili.La segretaria generale dell’organizzazione, Irene Khan, si è rivolta alla Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, per chiedere l’avvio di processi nei confronti dei responsabili di abusi sessuali e torture. “Le autorità iraniane sembrano più interessate a scoprire l’identità delle persone che hanno denunciato di essere state torturate che a indagare per individuare e sottoporre a processo i responsabili”, ha denunciato Khan. L’organizzazione teme che le persone sottoposte a tortura nelle settimane scorse siano di nuovo in pericolo dopo il sequestro di diversi documenti riguardanti ai casi.
Articolo di Peacereporter del 10/09/2009
Afghanistan, 40 i civili morti a Kunduz
La conferma a PeaceReporter dal ministero degli Interni di Kabul

E' stato il colonnello tedesco Georg Klein, la mattina del 4 settembre, a ordinare che ai piloti dei caccia F-15 statunitensi di sganciare le loro bombe da 500 libre sulle autocisterne di gasolio sequestrate a Kunduz dai talebani.
L'ufficiale Nato ha preso la decisione guardando le sgranate immagini in bianco e nero trasmesse dalla telecamera di un velivolo di sorveglianza Usa, in cui si vedevano un centinaio di puntini in
movimento attorno al camion impantanato: tutti guerriglieri talebani, secondo un informatore afgano che in quel momento era al telefono con il colonnello. Talebani pronti a usare quelle autobotti in
un attentato contro la base dei militari tedeschi.
L'ordine è partito. Le bombe sono cadute.
Quando il fungo dell'esplosione levatosi dall'autocisterna si è dissolto, solo alcuni dei puntini neri sul monitor si muovevano ancora.
Sul numero delle vittime di questo bombardamento si è subito scatenata una guerra di cifre: 54 morti, di cui 6 civili, secondo il governatore di Kunduz, Mohammad Omar; 57 morti, tutti talebani,
secondo l'Esercito tedesco; cento e passa, per metà civili, secondo testimoni locali.
Una fonte ben informata del ministero dell'Interno di Kabul, contattata da PeaceReporter, riferisce che le persone morte quella notte sono 56: 16 guerriglieri talebani e 40 civili, di cui
almeno tre bambini.
Decine i civili feriti e ustionati, alcuni ricoverati anche all'ospedale di Emergency di Kabul
Articolo di Enrico Piovesana da Peacereporter del 10/09/2009
Ciao Tere
Migliaia di persone per i funerali di Teresa Sarti, presidente di Emergency, e molto di più

Capita di rado di sentire tanto parlare di futuro in occasione di un funerale, ma nel salutare del popolo di Emergency (e non solo) al suo presidente Teresa Sarti, all'Arena Civica di Milano, lo
sguardo era rivolto in avanti. E questo lei lo avrebbe apprezzato.Un impegno, già da subito, per i domani che verranno preso da tutti coloro che piangeranno per molto tempo ancora la scomparsa di
Teresa, avvenuta il 1 settembre scorso, e che si sono rinnovati la promessa di portarne avanti il lavoro infaticabile svolto nei quindici anni di vita di Emergency.
Tante persone, tutte di fronte al palco allestito per gestire un flusso costante di amici. Fa gli onori di casa Nico Colonna di Smemoranda. Si alternano sul palco Vauro, Gianni Mura, Lella Costa,
Moni Ovadia, Erri De Luca e i Modena City Ramblers. Anche altri personaggi noti tra i presenti, che oggi, come tutti gli altri, hanno un ricordo personale di Teresa, un momento privato da
condividere. Capita anche di sentir cantare Erri De Luca, per lei. Sono solo amici, oggi. E tanta era la gente comune, che con lei ha condiviso l'idea di fare qualcosa di concreto per gli altri.
Persone come tante, che magari si son trovati una sera a mangiare un po' di gorgonzola con Teresa, parlando dei diritti di tutti.
Compagni e sostenitori di un viaggio che, come racconta Carlo Garbagnati, per anni vice presidente di Emergency, ha portato Teresa a girare senza sosta, in Italia e all'estero, armata di un sorriso con il quale chiedeva anche agli altri di credere in un'idea. E riuscita a farlo così bene, che a salutarla è parso di vedere più di tre milioni di persone, curate gratuitamente in tutto il mondo in quindici anni dalla sua associazione. Un'idea che, come ha raccontato Maso Notarianni, direttore di PeaceReporter e genero innamorato, riesce a unire nel commosso saluto a Teresa, Montezemolo e i militanti della Fiom. Assieme agli ambasciatori di Sudan e Afghanistan, che per una volta hanno conosciuto un Occidente diverso. Che aveva un volto nuovo, due occhi verdi e una fiamma di capelli rossi. E un sorriso disarmante. Che costruiva (e costruisce) la pace, senza limitarsi a parlarne e basta.
La figlia Cecilia, in un contesto che parla di tutto il mondo, restituisce la Teresa privata, delle lezioni di cucina e di grammatica. La madre e il presidente di Emergency, mai differenti tra di loro, che la pace la insegnava con la poesia. Costringendo tutti a continuare a farlo, perché la morte è inutile solo quando non incita a seguire gli insegnamenti di una vita, passando combattendo quelli che per tanti sono mulini a vento, ma per Teresa sono ospedali d'eccellenza. Per tutti.
Chiude Gino Strada. Mai come oggi il marito di Teresa, prima di tutto il resto.
Articolo di Christian Elia da Peacereporter del 06/09/2009
Teresa, la Tere, il Presidente
Arena Civica di Milano, cinque settembre duemilanove, una giornata di sole, migliaia di persone: sono tutti qui per salutare Teresa. Ci sono le magliette di Emergency e i fiori di campo, le facce
tristi e i bambini che corrono, quelli che si abbracciano stretti e non trovano le parole, e quelli che invece riescono a inventarsi un sorriso sulla faccia stanca, per ricordare "quella volta che
Teresa..".
Nei racconti di chi ha avuto la fortuna di conoscerla ci sono parole ricorrenti, e si capisce che non è un esercizio di retorica, o di quello che per affettuosa abitudine si dice di chi è appena
scomparso. Per tutti Teresa era "forte", "generosa", "bella", "invincibile". Per molti era "il Presidente", "la Rossa", "la Tere". Un'altra parola molto gettonata, oggi, è stata "gorgonzola". Ma
questo appartiene a un'altra storia, la storia della Tere a tavola, quella che "tutti i discorsi importanti si fanno a tavola", sì, e meglio se c'è un pezzo di formaggio, appunto, o un bicchiere di
vino buono.
All'Arena c'erano anche tanti cittadini che "Non l'ho mai conosciuta di persona, ma l'ho sentita parlare, e..non so come spiegarmi, ma si faceva amare". Vi siete spiegati benissimo: è vero, Teresa si
faceva amare, anche da chi non la conosceva. Come facesse, è un suo segreto, una magia sua.
Le sarebbe piaciuta, credo, la giornata di oggi. Tra gli abbracci e i magoni, le bandiere e i sorrisi. Tra migliaia di persone venute a salutare Teresa, la Tere, la Rossa, il Presidente. Mia
madre.
Cecilia Strada 05/09/2009
Myanmar, accolta la richiesta d'appello per Aung San Suu Kyi
Il prossimo 18 settembre gli avvocati della leader democratica cercheranno di dimostrare l'incostituzionalità della norma in base alla quale è stata prolungata la condanna detentiva

Gli avvocati di Aung San Suu Kyi, la leader dell'opposizione birmana, hanno comunicato ai media che i giudici hanno deciso di accogliere il loro ricorso in appello contro l'ultima sentenza emessa
dal tribunale birmano con cui di fatto si sono prolungati di altri 18 mesi gli arresti domiciliari per l'attivista democratica.
L'udienza, fissata per il prossimo 18 settembre a Rangoon, vedrà i legali della donna ribadire la linea di difesa secondo la quale l'imputata era stata giudicata colpevole in base ad una legge
sostituita dalla nuova costituzione approvata l'anno nel corso di un controverso referendum. Pochi giorni Kui Win, avvocato capo del team legale di San Suu Kyi, aveva dichiarato: "In totale ci sono
undici buoni motivi per ricorrere in appello, ma quello principale su cui insisteremo è quello costituzionale". La convinzione di Win, che pare abbia convinto anche i giudici che di dovevano
pronunciare sull'ammissibilità dell'appello, sarebbe che la condanna della leader democratica, accusata di violazione delle leggi di sicurezza, "non era in conformità con la legge". Nyan Win,
portavoce della Lega nazionale per la democrazia, ha sostenuto che "la decisione di accettare il caso è giusta. Rivolgiamo un appello per la liberazione di Daw Aung San Suu Kyi" (daw è un termine
birmano che indica rispetto per una donna ndr). John Yettaw, il cittadino statunitense condannato a sette anni di reclusione per aver essere entrato in casa della leader, è riuscito ad evitare la
pena grazie all'intervento di un senatore USA. Aung San Suu Kyi, che ha trascorso quattordici degli ultimi venti anni in stato di detenzione, vinse nel 1990 le ultime elezioni libere in Birmania a
capo della Lega nazionale per la democrazia, ma non le fu mai permesso di assumere il potere. Il prolungamento degli arresti le impedirà di presentarsi alle elezioni del prossimo anno.
Articolo di Peacereporter del 04/09/2009
Nigeria, leader del Mend si arrende con 3mila uomini
Farah Dagogo è l'ennesimo comandate del gruppo ad accettare l'amnistia

Il gruppo militante guidato da Farah Dagogo, composto da circa 3000 guerriglieri, si è arreso accettando l'amnistia proposta dal governo. Insieme ad altri due leader del Movimento per
l'Emancipazione del Delta del Niger (MeND), Ateke Tom e Government Tompolo, aveva da giorni stabilito contatti informali col governo, principalmente per avere garanzie specifiche sulla sua
incolumità.
Il MEND aveva annunciato pochi giorni fa che avrebbe ripreso gli attacchi alla fine della tregua pattuita col governo, 15 settembre. Il gruppo ha dichiarato in un cdispaccio a Reuters che "ci stiamo
liberando dei comandanti la cui identità è ormai nota per garantire la nostra sicurezza".
La resa di Dagogo si inserisce in una serie di rese. avvenute negli ultimi due mesi. che hanno privato il MEND di molti leader storici. Secondo il governo, la proposta di amnistia ha diviso il
movimento e lo ha privato di migliaia di effettivi.
Articolo di Peacereporter del 04/09/2009
Europa, l'UE propone di pagare un quarto della spesa per risolvere i cambiamenti climatici
Il testo contiene le proposte che l'UE avanzerà a Copenaghen a dicembre

L'Unione Europea ha consegnato all'agenzia Reuters un documento programmatico dove si annuncia la disponibilità a finanziare un quarto della spesa necessaria ai paesi emergenti per affrontare i
cambiamenti climatici. Le proposte contenute nel documento sono quelle che l'UE porterà al congresso mondiale di Copenaghen a dicembre.
"Le negoziazioni internazionali sembrano essere arrivate a un'empasse" si legge nel testo, pertanto si propone di fornire dal 20% al 30% della somma necessaria per le misure più urgenti (si stima che
in tutto servano circa 80 miliardi di dollari).
Il resto della somma dovrebbe essere recuperata attraverso la tassazione dei combustibili navali e aerei e l'introduzione di un sistema di quote per l'inquinamento prodotto dalle centrali a
carbone.
Articolo di Peacereporter del 04/09/2009
Serbia, polemiche per la nuova legge sulla libertà di informazione
L'associazione dei giornalisti dichiara: "E' una vergogna per la Serbia"

I giornalisti serbi protestano duramente contro le nuova legge sulla libertà d'informazione approvata dal parlamento. L'Associazione dei Giornalisti Serbi (AGS) ha protestato davanti al parlamento
contro quella che definisce una grave limitazione alla libertà di stampa.
Nella legge sono contenute norme che inaspriscono le sanzioni per per chi viola la "supposizione di innocenza" e rendono difficile la vita ai giovani giornalisti.
Secondo molti osservatori dietro questo provvedimento serve a mettere al riparo i politici dalle denunce della stampa, impedendo di diffondere notizie su eventuali crimini, prima che vi sia stata una
condanna giudiziaria.
L'AGS denuncia che la legge è una "vergogna" e che è contraria agli standard europei, annunciando che porteranno il caso alla Corte Europea per i Diritti Umani.
La legge era stata proposta dal ministro dell'economia Mladjan Dinkic che, insieme al suo partito G-17 Plus, è stato spesso criticato dai media.
Articolo di Peacereporter del 31/08/2009
Africa, terribile epidemia colpisce le banane
Circa la metà dei bananeti africani già contagiati da due malattie incurabili

Due terribili virus che attaccano le piantagioni di banane si stanno diffondendo nell'Africa subsahariana. Secondo gli esperti sarebbe già contagiato da uno dei deu virus il 50 percento dei
bananeti africani, mettendo a rischio le prvviste di cibo e l'economia di almeno 30 milioni di persone.
Uno dei due virus, il peggiore, non uccide le piante ma le rende improduttive. Lava Kumar, dell'International Institute of Tropical Agriculture, dichiara che "è come se il mondo vegetale avesse
sviluppato una propria versione dell'HIV". Sempre l'Istituto comunica che la malattia, per il quale non esiste cura, è una delle più invasive del pianeta e solo pochissime specie di banane ne sono
immuni.
La diffusione dei due virus avviene tramite insetti e, per porre freno all'epidemia, gli esperti propongono l'immediato sradicamento e incendio di tutte le piantagioni infette.
Articolo di Peacereporter del 31/08/2009
Cile, uno Stato nello Stato
I Mapuche disposti a chidere al governo di Santiago la creazione di uno Stato autonomo nel sud del Paese
Le continue polemiche che animano il rapporto fra il governo della presidente Michelle Bachelet e le comunità Mapuche cilene non fanno altro che dissotterrare un vecchio discorso a cui i leader indigeni sono molto affezionati: la creazione di uno Stato Mapuche indipendente.

La nascita di un governo autonomo da sistemare geograficamente nel sud del Paese sarebbe una soluzione al conflitto generato da quella che i Mapuche considerano un'usurpazione delle terre che
abitano fin dal tempo dei tempi da parte delle grandi industrie idroelettriche e forestali.
La conferma arriva da uno dei leader Mapuche, Aucan Huilcaman, inizialmente perplesso sulla creazione di uno stato indigeno. ""Sarebbe possibile creare una nazione Mapuche dove si possa convivere in
armonia e sotto una legislazione propria" dice Huilcaman.
Il leader non si ferma a questo e sottolinea come i Mapuche oggi siano il 10 percento dell'intera popolazione cilena.

Comunque, non è tutto oro quello che luccica. La gestione "politica" della comunità potrebbe, nonostante i buoni propositi, risultare particolarmente complicata. Forse è anche per questo motivo
che a Gustavo Quilaqueo, indio Mapuche, è venuto in mente di fondare il primo partito politico della comunità indigena: il partito nazionalista Mapuche. Quilaqueo però è consapevole che le proposte
che verranno presentate non godranno di molta considerazione da parte della politica cilena. Come avvenuto, purtroppo, in passato. Nonostante tutto, Quilaqueo è convinto che l'unica via possibile da
percorrere per vedere lo sviluppo della comunità Mapuche e affinchè questa possa avere più voce nel capitolo sociale cileno, debba essere quella della lotta politica. E per farla ha deciso di
iniziare la raccolta delle 5 mila firme necessarie per "legalizzare" il suo partito.
Il dibattito è aperto. La decisione dei nativi cileni potrebbe anche influenzare tutte quelle comunità indigene che all'interno dei loro paesi non trovano spazi sufficienti a garantire loro sviluppo
sociale e culturale.
Articolo di Peacereporter del 29/08/2009
Usa, musulmani pregano in sinagoga
La soluzione di un rabbino della Virginia ai "problemi di spazio"

Negli Stati Uniti la comunità musulmana è in rapidissima crescita, tanto che non si hanno studi che ne riferiscano il numero. Questo può essere un problema quando, nel mese del Ramadan, a pregare
in moschea si recano tutti quei fedeli che normalmente non praticano: un pò quello che succede ai cristiani col Natale o agli ebrei con Hannuka. La soluzione adottata nella città di Reston, nel
nord della Virginia, ha del sorprendente: la comunità ebraica locale, accorgendosi di questa necessita dei musulmani, ha deciso di prestare loro gli spazi della sinagoga cittadina.
Il rabbino Robert Nosanchuk sostiene che "il profeta Isaia disse che le case che avremmo costruito sarebbero state luoghi di preghiera per tutte le genti" e la comunità islamica, per questa
interpretazione davvero "open-minded", ringrazia di cuore.
Articolo di Peacereporter del 25/08/2009
Conflitti nel mondo

Se si aggiungono le guerre conclusesi negli ultimi cinque anni (Sierra Leone, Liberia, Sud Sudan, Congo Brazzaville, Eritrea-Etiopia, Casamance) il bilancio delle vittime sale a sette milioni e settecentomila morti.
Peacereporter
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peacereporterPeaceReporter
Un racconto che sia il più diretto possibile e senza pregiudizi ideologici. Un racconto che arrivi a far comprendere la realtà del mondo anche a chi di guerre e conflitti non si è mai occupato; che avvicini realtà e persone che l'informazione tende a presentare come molto distanti e diverse. Un racconto da giornalisti.
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Emergency
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emergencyNei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono civili.Ogni anno la guerra distrugge la vita di milioni di persone nel mondo.EMERGENCY è un'associazione italiana indipendente e neutrale,nata per offrire assistenza medico-chirurga gratuita e di elevata qualità alle vittime civili delle guerre,delle mine antiuomo e della povertà.Emergency promuove una cultura di solidarietà,di pace e di rispetto dei diritti umani.L'impegno umanitario di Emergency è possibile grazie al contributo di migliaia di volontari e di sostenitori.




















