Mantieni sempre puro il tuo cuore. Guarda al mondo con la gioia,la curiosità e lo stupore di un bambino....

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Un viaggio di mille miglia comincia con il primo passo.

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Questo è il primo passo del nostro piccolo viaggio in giro per il mondo. In questo sito troverete resoconti, impressioni, foto e video dei miei viaggi nonchè un giro del mondo culinario, con ricette dei cinque continenti cucinate dallo chef Enzo in persona e assaggiate da una giuria dal giudizio insindacabile (la mia gentil compagna). Ci sarà uno spazio dedicato ai libri che mi hanno emozionato e mi permetto di consigliarvi; racconti di viaggi, di terre lontane, semplici e straordinarie storie di esseri umani. Naturalmente in questo nostro cammino ci siamo arricchiti di nuove rubriche e di nuovi spazi, dai patrimoni dell'umanità sparsi per i cinque  continenti, alla satira passando dalla pagina del buonumore senza dimenticarci della sala giochi tanto per rilassarci un attimo. Infine ci sarà anche una pagina con notizie e di tutto un pò quel che riguarda questo nostro caro, buon vecchio pianeta terra. Ma ora lasciamo parlare le emozioni, buon viaggio..... 

 

 

foto e video dei miei viaggi

Ricette da tutto il mondo Asia....Africa....Americhe tante idee per una piacevole serata con una gustosa cena etnica.   

Stilleven met boeken, 1887                              Vincent van Gogh (1853-1890) Stilleven met boeken, 1887 Vincent van Gogh (1853-1890)

Lo spazio dedicato ai libri per conoscere luoghi,storie e culture a noi lontane.Ogni libro un viaggio,ogni viaggio una pagina in più nel diario della nostra vita.  

L'OCCHIO SUL MONDO.....

LA VERITA' DELLA CORTE DEI CONTI USA SUGLI F-35. 

I nostri politici, ‘tecnici’ e non, forse non hanno letto l’ultimo rapporto della Corte dei conti statunitense (il Gao) sul programma F-35 Joint Strike Fighter, reso pubblico lo scorso 20 marzo. O forse lo hanno ignorato, come hanno fatto del resto i mass media italiani.

 

   

 

RISATE A DENTI STRETTI........

 

la rubrica di satira e dintorni.

 

 

       le mie vignette

 

 

LA SALA GIOCHI PER GRANDI E PICCINI...


Solid Rider - Il motocross è la vostra passione? Con Solid Rider potete mettervi in sella ad una potentissima due ruote ed effettuare incredibili corse a tutta velocità sul fango.Arrampicatevi sulle irte montagne, gettatevi a capofitto in discese ardite ed effettuate salti spettacolari sempre mantenendo il controllo della moto. Arrivate al traguardo nel minor tempo possibile, così potrete battere i tempi record degli altri avversari e vincere così medaglie d'oro, d'argento o di bronzo.Si gioca con le FRECCE direzionali. Per frenare con la ruota anteriore premete il tasto S, per utilizzare il blocco della ruota posteriore premete A.

 

 

 

 

 

 

LA PAGINA DEL BUONUMORE

 

 

 

 

I PATRIMONI DELL'UMANITA' 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA PAGINA CONTROCORRENTE

5 buone ragioni per donare il tuo 5 per mille a EMERGENCY

NOTIZIE DALL'ITALIA E DAL MONDO

Il mondo che vorrei... One big heart

Un abbraccio non ha bisogno di parole. E un gesto che scalda il cuore, che regala qualcosa a chi lo dona e a chi lo riceve. In un abbraccio i cuori delle persone sono vicini,si toccano,si parlano,si ascoltano. Un abbraccio è gioia,è pace,è amore. Ogni giorno donate un abbraccio anche solo alle persone che vi stanno vicino, alle persone a cui volete bene. Lasciate volare i vostri sogni e i vostri cuori, cingiamo questo mondo in un unico grande abbraccio, senza razze o religioni ma solo un unico grande cuore. One big hug, one big heart!

FREE HUGS in Australia, (Melbourne)

A rotazione free-hugs da tutto il mondo!

Queste le città abbracciate in questo nostro tour di pace e d'amore dal mondo:

Sondrio-Amsterdam-Tokio-Tel Aviv-New York-Milano-La Valletta-Berlino-Tbilisi-Lima...

Un mondo migliore è possibile!

GEMELLAGGIO ISRAELE-IRAN

Perché scoppi una guerra, è necessario un nemico da odiare. E' indispensabile che la macchina dei media manovrata dai governi crei il mostro. Israele deve odiare l'Iran, perché l'Iran odia Israele e la vuole distruggere. La parola alle armi. Lo dicono la TV, la stampa, i politici. Poi un padre, un israeliano scrive in Rete di amare ogni iraniano. Lui non ha intenzione di uccidere nessuno. Si può evitare una guerra con un appello dal web? Chissà. Per adesso, trentamila israeliani e iraniani si stanno scambiando messaggi e immagini di amicizia e rispetto impensabili solo settimana scorsa. Tutto è iniziato qualche giorno fa, con queste poche righe scritte da Ronny Edry di Tel Aviv.

"Ciao, sono Ronny. Ho 41 anni. Sono un padre, un progettista grafico, un insegnante, un cittadino di Israele. E ho bisogno del vostro aiuto. Ultimamente, nei telegiornali, sentiamo preannunciare una guerra. Enorme. I governi parlano di distruzione, autodifesa, come se questa guerra non avesse a che fare con noi. Tre giorni fa, ho pubblicato un poster suFacebook. Il messaggio era semplice: "Iraniani, non bombarderemo mai il vostro paese, vi amiamo". Accanto al poster ha aggiunto: "Al popolo iraniano, a ogni padre, madre, figlio, fratello e sorella. Perché ci sia un guerra tra di noi, è necessario che prima abbiamo paura l'uno dell'altro. Dobbiamo odiare. Io non ho paura di voi, non vi odio. Non vi conosco nemmeno. Nessun Iraniano mi ha mai fatto del male. Non ho nemmeno mai conosciuto un Iraniano … giusto uno a Parigi, in un museo. Un tipo simpatico. Qualche volta qui vedo un Iraniano in TV. Parla di una guerra. Sono certo che non rappresenta tutto il popolo iraniano. Se sentite qualcuno in TV parlare di un bombardamento su di voi … state certi che non sta rappresentando tutti noi. Non sono un rappresentante ufficiale del mio Paese. Ma conosco le strade della mia città, parlo ai miei vicini, i miei famigliari, i miei amici e a nome di tutte queste persone … vi vogliamo bene. Non abbiamo alcuna intenzione di farvi del male. Al contrario, ci piacerebbe incontrarvi, prendere un caffè assieme e parlare di sport. A tutti coloro che provano lo stesso, condividete questo messaggio e aiutatelo a raggiungere il popolo iraniano."
In ventiquattro ore hanno iniziato a condividere il poster su Facebook. Nel giro di quarantott'ore gli Iraniani hanno iniziato a rispondere ai poster e ricambiare il loro amore per noi. Centinaia di messaggi che dicevano Israeliani "vi amiamo anche noi". Il giorno dopo eravamo in TV, sui giornali, prova del fatto che il messaggio stava viaggiando. Velocissimo. 
Ora vogliamo fare in modo che il messaggio giunga ovunque, non solo alla comunità di Facebook, ma a tutti. Questo è un messaggio da parte della gente, per la gente.
Quindi, per favore, non odiare e aiutaci a diffondere questo messaggio." Ronny Edry

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Ho visto un re e un elefante. Il re sorrideva con il fucile in mano. L'elefante invece era morto

Ho visto un re e un elefante. Il re sorrideva con il fucile in mano. L'elefante invece era morto. L'elefante è stato assassinato da Juan Carlos, monarca di Spagna. Lascia una famiglia. Gli elefanti vivono in gruppo, insieme, anche per decenni. Hanno comportamenti sociali simili ai nostri. Le femmine rimangono, spesso per sempre, vicino alla madre. Quando un elefante muore, i suoi compagni ne soffrono. Rimane nel branco una ferita incancellabile per chi scompare. Il costo dell'assassinio è stato di 30.000 euro. Un vero affare per un animale in via di estinzione.

Passaparola - Il sonno dei mostri - Oliviero Beha

Marco Travaglio servizio pubblico 10-05-2012

Quelli che avevano capito tutto...su Grillo

IN MEMORIA DI PEPPINO IMPASTATO

UN PICCOLO GRANDE UOMO

Uno dei celebri discorsi di Peppino Impastato a radio Aut, durante il suo programma Onda Pazza. Peppino denuncia i mafiosi locali che, con la complicità dei politici, hanno completa gestione degli appalti pubblici nella sua città.

Scena finale del film "I cento passi", in ricordo di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia           il 9 maggio 1978... 

Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale

L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia diuna delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.

 

L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.

 

Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.

 

15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.

Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.

 

Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.

 

A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.

 

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.

 

Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.

 

Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.

 

La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing,Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.

 

In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').

 

Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

 

Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".

Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio eranotrasmesse in streamingonline e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.

 

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.

 

Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

di Andrea Degl'Innocenti 

 

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Crisi, l’ex premier dell’Islanda condannato “Non fece niente per analizzare il rischio”

Haarde, unico capo di governo sotto processo per il tracollo economico, è stato condannato da una corte di Reykjavik perché non verificò i pericoli per lo Stato. Lui ha dato la colpa ai banchieri: "Non avevano capito la situazione". Nel 2008 le principali banche del Paese franarono in una settimana, l'inflazione impennò e molte persone persero il lavoro

L’ex premier islandese Geir Hilmar Haarde, unico capo di governo sotto processo in relazione alla crisi economica globale, è stato condannato per non aver preso iniziative per assicurare “un’analisi completa e professionale del rischio finanziario da parte dello Stato a fronte della crisi finanziaria”, ma è stato assolto dagli altri tre capi d’accusa, formulati contro di lui per negligenza nella gestione della crisi del 2008.

Ad Haarde, primo ministro dal 2006 al 2009, era infatti contestato di non aver agito con tutti i mezzi a lui disponibili per evitare il fallimento di tre banche islandesi e il conseguente collasso dell’isola. I giudici non gli hanno inflitto alcuna sanzione e sarà lo Stato a dover pagare le spese processuali. Rischiava fino a due anni di carcere.

Il verdetto è stato annunciato ieri dal Landsdomur della capitale Reykjavik, la speciale corte composta da 15 membri (5 giudici della Corte Suprema, un presidente di corte distrettuale, un professore di diritto costituzionale e 8 persone scelte dal Parlamento), che dal 1905 ha giurisdizione sui ministri. “E’ assurdo – ha commentato l’ex premier dopo la sentenza -. È ovvio che la maggioranza dei giudici si è sentita sotto pressione nel giudicarmi colpevole su un punto, sebbene minore, e salvare il collo dei parlamentari che hanno istigato tutto questo”. Il Parlamento decise di mandarlo a processo con 33 voti favorevoli e 30 contrari.

Il procedimento si era aperto il 5 marzo. Haarde, 61 anni, si era dichiarato non colpevole di tutti e quattro i capi d’accusa, sostenendone l’infondatezza. Né lui né i regolatori finanziari, aveva detto durante la testimonianza, conoscevano il reale stato della situazione finanziaria delle banche fino a che non sono crollate: “I banchieri non avevano capito che la situazione fosse così disastrosa. È stato solo dopo il crollo che tutti se ne sono resi conto”. Secondo l’accusa Haarde avrebbe omesso in particolare di mettere in pratica  le raccomandazioni che una commissione governativa aveva redatto nel 2006 per rafforzare l’economia islandese.

Le banche islandesi appoggiarono la grande crescita del paese nei dieci anni prima del collasso nell’ottobre del 2008, comprando asset all’estero e contraendo debiti che non sono riusciti poi a ripagare. I tre principali istituti dell’isola – KaupthingLandsbanki Glitnir - crollarono nel giro di una settimana. La successiva implosione incrementò l’inflazione e molte persone persero il lavoro. Haarde diventò il simbolo della cattiva gestione del sistema e nel 2009 fu costretto a dimettersi, accusato dall’opinione pubblica di aver nascosto loro la gravità della situazione e non esser stato in grado di gestire il paese dopo il crollo.

Articolo di Viola Filippi da Il Fatto Quotidiano del 24/04/2012

Sequestro dei beni ai politici

In dodici anni ci siamo indebitati di circa 1.000 miliardi di euro. Che fine hanno fatto? Chi li ha spesi e con quali risultati? Queste sono le domande alle quali devono dare una risposta i politici prima di togliere il disturbo. L'Italia dovrà pagare per almeno un decennio interessi mostruosi sul debito pubblico accumulato, a botte di 100 miliardi all'anno I responsabili devono partecipare più e meglio di ogni altro cittadino.

Programma a 5 Stelle

Il Programma dovrebbe essere l'architrave della politica italiana. La sua scrittura è un momento catartico per ogni partito. Non importa che dopo le elezioni sia rispettato. L'importante è esibirne uno. E più grosso è, più impressiona. Per un partito il programma riassume in sé "la complessità della politica", per dirla alla Vendola. Che gli italiani poi lo capiscano è un altro discorso. Nel 2006 Prodi scrisse una Bibbia che nessuno è mai riuscito a leggere fino alla fine. Forse neppure lui. Piuttosto che avventurarsi in ore di lettura e di studi il cittadino lo elesse sulla fiducia. Tra il cittadino e l'eletto l'unica relazione possibile è il Programma, ma chi lo scrive sa a priori che serve solo a imbonire e chi lo legge (ma quanti?) si disinteressa della sua applicazione. Il Programma diventa solo l'ennesima recita, una consolidata presa per i fondelli.
Il Programma è una somma di dichiarazioni di principio da ignorare o per poi fare l'esatto opposto. La Lega promise un ventennio fa pulizia e federalismo, ci ritroviamo con uno Stato centralista e corrotti come se piovesse merda. Accappatoio Selvaggio garantì per un milione di posti di lavoro e ha ottenuto la più alta disoccupazione del dopoguerra. Il Programma è un libro dei desideri mai esauditi perché il cittadino non ha gli strumenti (che vanno introdotti) per verificarne l'attuazione e poter intervenire. Il MoVimento 5 Stelle è accusato di non avere un Programma, un grave peccato di origine da cui riscattarsi. "Fate protesta e non proposte!". "Non avete neppure un programma, ma dove volete andare?". Il fatto è che un Programma il M5S ce l'ha da qualche anno, presente sul blog. Chiunque può scaricarlo. Perfino un giornalista, anche lui può riuscirci. Si applichi, studi, si colleghi a Internet. Segua un corso serale.
Insieme al Programma è stata stilata la "Carta di Firenze", delle linee guida per la gestione dei Comuni, un riferimento per le liste comunali. Il Programma è suddiviso in: "Stato e cittadini", "Energia", "Informazione", "Economia", "Trasporti", "Salute", "Istruzione". Leggetelo. E' stato creato in Rete grazie a decine di migliaia di contributi e l'aiuto di esperti per i singoli temi. E' un programma profetico. Alcuni punti si sono già avverati come l'abolizione del Lodo Alfano e della legge Pisanu sulla limitazione all’accesso wi fi, il si all'acqua pubblica, il no al nucleare, la rinuncia al Ponte sullo Stretto. Il Programma può essere migliorato, aggiornato, esteso, ma c'è ed è il primo scritto dai cittadini. Per il M5S il Programma è vincolante. Il M5S fa quello che dice, e dice quello che fa. Il contrario per l'appunto dei partiti.
Repetita iuvant, di seguito quindi la parte relativa all'Economia, seguiranno le altre.

ECONOMIA
• Introduzione della class action
• Abolizione delle scatole cinesi in Borsa
• Abolizione di cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate
• Introduzione di strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate
• Abolizione della legge Biagi
• Impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno
• Vietare gli incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale
• Introdurre la responsabilità degli istituti finanziari sui prodotti proposti con una compartecipazione alle eventuali perdite
• Impedire ai consiglieri di amministrazione di ricoprire alcuna altra carica nella stessa società se questa si è resa responsabile di gravi reati
• Impedire l’acquisto prevalente a debito di una società (es. Telecom Italia)
• Introduzione di un tetto per gli stipendi del management delle aziende quotate in Borsa e delle 
aziende con partecipazione rilevante o maggioritaria dello Stato
• Abolizione delle stock option
• Abolizione dei monopoli di fatto, in particolare Telecom Italia, Autostrade, ENI, ENEL, Mediaset, Ferrovie dello Stato
• Allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri Paesi europei
• Riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari
• Vietare la nomina di persone condannate in via definitiva (es. Scaroni all’Eni) come amministratori in aziende aventi come azionista lo Stato o quotate in Borsa
• Favorire le produzioni locali
• Sostenere le società no profit
• Sussidio di disoccupazione garantito
• Disincentivi alle aziende che generano un danno sociale

>>> Stampate e diffondete il Programma del MoVimento 5 Stelle

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Grandi grandi grandi

MAURIZIO CROZZA - Ballarò 15-05-2012

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Nigeria: Amnesty International e il Centro per l'ambiente, i diritti umani e lo sviluppo accusano la Shell di aver clamorosamente sottostimato una fuoriuscita di petrolio. In Italia la testimonianza di un attivista nigeriano

Secondo un'analisi indipendente ricevuta da Amnesty International e dal Centro per l'ambiente, i diritti umani e lo sviluppo (Cehrd), una fuoriuscita di petrolio avvenuta nel 2008 nel Delta del Niger, in Nigeria, fu assai più grave di quanto ammise la Shell, che sottostimò clamorosamente la quantità di petrolio diffusa nell'ambiente.
 
La fuoriuscita, causata da un guasto a un oleodotto della Shell, di decine di migliaia di barili di petrolio inquinò la terra e l'acqua della zona di Bodo, una città di circa 69.000 abitanti.
 
Uno studio, non reso pubblico, da parte della società statunitense Accufacts Inc. aveva concluso che ogni giorno erano fuoriusciti da 1440 a 4320 barili di petrolio. L'organismo di controllo locale confermò che la fuoriuscita durò 72 giorni.
 
Secondo i dati resi noti dalla Shell, andarono persi in totale solo 1640 barili di petrolio. Sulla base di un'analisi indipendente, in quei 72 giorni fuoriuscirono da 103.000 a 311.000 barili di petrolio.
 
"La differenza è incredibile: anche prendendo in considerazione la stima più bassa fornita da Accufats Inc., la quantità di petrolio fuoriuscita sarebbe 60 volte superiore a quella dichiarata dalla Shell" - ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International.
 
Secondo l'indagine condotta dalla Shell, la fuoriuscita iniziò il 5 ottobre 2008, mentre i residenti e l'organismo di controllo locale hanno reso noto che l'inizio fu il 28 agosto.
 
Quello che è certo che la Shell non fermò la fuoriuscita fino al 7 novembre, quattro settimane prima del suo dichiarato inizio, 10 settimane prima di quello denunciato dai residenti e dall'organismo di controllo locale.
 
"Anche se volessimo usare la data d'inizio fornita dalla Shell, il volume di petrolio fuoriuscito è assai maggiore di quello ammesso dalla compagnia" - ha sottolineato Gaughran.
 
Convertendo l'unità di misura in litri, la Shell ammise poco più di 260.000 litri mentre la stima più bassa fornita da Accufacts Inc., ammesso che la fuoriuscita fosse iniziata quando dichiarato dalla Shell, sarebbe di 7 milioni e 800.000 litri. Prendendo come riferimento la data d'inizio della fuoriuscita fornita dai residenti e dall'organismo di controllo locale, i litri di petrolio fuoriusciti supererebbero i 49 milioni.
 
La grave sottovalutazione della fuoriuscita di Bodo ha implicazioni ancora più ampie: la Shell ha ripetutamente detto ai suoi investitori, ai clienti e ai mezzi d'informazione che la maggior parte delle fuoriuscite era dovuta al sabotaggio.
 
Questa tesi si regge sulle procedure d'indagine sulle fuoriuscite, che sono profondamente inadeguate e prive di attendibilità. Le cause delle fuoriuscite, la quantità di petrolio perso e altri importanti parametri come le date d'inizio delle fuoriuscite non sono registrati in alcun modo credibile.
 
Quello di Bodo è solo un esempio. Amnesty International e il Cehrd denunciano altre gravi manchevolezze in altre indagini sulle fuoriuscite. Le due organizzazioni chiedono da tempo che vi siano procedure indipendenti per indagare sulle fuoriuscite e che sia posta fine al sistema che consente alle compagnie petrolifere d'influenzare le indagini.
 
La Shell inizialmente aveva detto ai mezzi d'informazione che l'85 per cento delle fuoriuscite di petrolio verificatesi nel 2008 nel Delta del Niger era stato causato da sabotaggio. In seguito, aveva ammesso che questa percentuale non aveva tenuto conto di una grande fuoriuscita poi attribuita a problemi dell'impianto.
 
Sulla base delle nuove prove ottenute da Amnesty International e dal Cehrd sulla fuoriuscita di Bodo del 2008, oltre la metà, e forse persino l'80 per cento, delle fuoriuscite accadute quell'anno nel Delta del Niger deve attribuirsi al cattivo funzionamento degli impianti. Per avere dati più precisi, tutte le fuoriuscite di petrolio avrebbero dovuto essere sottoposte a un'analisi indipendente, cosa impossibile a causa delle gravi carenze nelle procedure d'indagine vigenti sulle fuoriuscite.
 
"Il sabotaggio è un problema reale e grave nel Delta del Niger, ma la Shell lo usa come scudo nelle sue attività di pubbliche relazioni e fa affermazioni che semplicemente non reggono al confronto" - ha commentato Gaughran.
 
Trascorsi oltre tre anni dalla fuoriuscita di petrolio di Bodo, la Shell deve ancora fare una bonifica adeguata e non ha versato alcun risarcimento ufficiale alle comunità colpite. Dopo aver tentato a lungo la strada della giustizia in Nigeria, le persone di Bodo hanno presentato denuncia alle autorità britanniche.
 
"Le prove della cattiva condotta della Shell nel Delta del Niger sono schiaccianti" - ha commentato Patrick Naagbanton, coordinatore del Cehrd. "La Shell sembra più interessata a portare avanti una campagna di pubbliche relazioni che a bonificare la zona inquinata. Il problema non svanisce nel tempo e purtroppo neanche la miseria della popolazione di Bodo".

 

Ulteriori informazioni
 
L'analisi della fuoriuscita di Bodo condotta da Accufacts Inc. Redford, WA, Usa, basata su immagini filmate, è disponibile su richiesta.
 
Amnesty International ha contattato la Shell per chiedere un commento sull'analisi di Accufacts Inc. Shell ha replicato che non poteva rilasciare dichiarazioni a causa del procedimento giudiziario in corso (leggi la risposta integrale della Shell).

La procedura d'indagine sulle fuoriuscite di petrolio nel Delta del Niger prevede il coinvolgimento della compagnia petrolifera interessata, dell'organismo di controllo locale e di rappresentanti delle comunità colpite. Sebbene teoricamente sia un'indagine congiunta, di fatto la compagnia petrolifera controlla il procedimento e la raccolta delle informazioni. I rappresentanti delle comunità non hanno la capacità tecnica di misurare le quantità di petrolio fuoriuscite. La supervisione dell'organismo di controllo locale è da più parti giudicata inefficace.
 
Nell'agosto 2011 il Programma per l'ambiente delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto sull'impatto dell'inquinamento da petrolio nell'Ogoniland, una delle regioni del Delta del Niger. Il rapporto ha riscontrato un esteso inquinamento e ha mosso molte critiche nei confronti delle procedure di bonifica della Shell.
 
A Bodo nel 2008 si verificò una seconda fuoriuscita, anche in questo caso per un difetto di funzionamento degli impianti della Shell. Iniziò il 7 dicembre e fu fermata solo il 19 febbraio 2009. Secondo la Shell fuoriuscirono 2503 barili di petrolio su un'area di 10.000 metri quadrati. Il metodo per calcolare questo dato è sconosciuto. Secondo un rapporto d'indagine e la stessa comunità di Bodo, quella fuoriuscita fu persino più ampia della prima. Amnesty International e il Cehrd ritengono che la quantità di petrolio riferita per la seconda fuoriuscita di Bodo sia, a sua volta, probabilmente non corretta.
 
Nel 2011 Amnesty International e il Cehrd hanno pubblicato un dettagliato rapporto sulle due fuoriuscite di Bodo, intitolato "La vera tragedia: carenze e fallimenti nell'affrontare le fuoriuscite di petrolio nel Delta del Niger". 
 
Dal 27 aprile al 10 maggio sarà in Italia Dinebari David Vareba, originario di Bodo, stato di Rivers. Vareba è Programme officer presso il Cehrd. Ha svolto ricerche sulla disobbedienza civile nel Delta del Niger, volte a promuovere la consapevolezza su una migliore salvaguardia dell'ambiente e della giustizia sociale nella regione. 

 

FINE DEL COMUNICATO                                                                                 Roma, 23 aprile 2012 

FACCIAMO LUCE SU ENEL

Enel - Il carbone costa un morto al giorno

Questo briefing è l'anticipazione di un rapporto dell'istituto di ricerca indipendente e non-profit SOMO, che sarà pubblicato nella prima metà di maggio.

366 morti premature nel 2009 in Italia, e danni (sanitari, ambientali, economici) stimabili nell’ordine di quasi 1,8 miliardi di euro in quello stesso anno: sono questi, secondo Greenpeace, i veri costi della produzione elettrica di Enel col carbone nel nostro Paese.

La ricerca realizzata da SOMO applica la metodologia utilizzata dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) per stimare i danni delle emissioni atmosferiche degli impianti industriali in Europa, applicata su dati di emissione pubblici e di fonte istituzionale.

Enel - Il carbone costa un morto al giorno

Enel - I veri costi del carbone

Usare il carbone per produrre energia elettrica: come socializzare le perdite (ambientali e sanitarie) e privatizzare i profitti.

 marzo 2012 

Nel mercato italiano dell’elettricità, la produzione da carbone, specie nei vecchi impianti, è particolarmente vantaggiosa per l’azienda proprietaria che trae “profitti a pioggia” dal differenziale tra i costi industriali e il prezzo di vendita. Se il prezzo di vendita dell’elettricità è determinato degli impianti a gas più puliti, l’elettricità prodotta con il carbone è quella che presenta i costi ambientali e sanitari più elevati. Un recente rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente stima tra i 536 e 707 milioni di euro i costi esterni (danni ambientali e sanitari scaricati sulla collettività, inclusa la mortalità in eccesso) prodotti nel 2009 dalla sola centrale Enel di Brindisi. É una cifra che è dello stesso ordine di grandezza di quella incamerata dall’azienda come ricavo lordo.

1. I costi dell’inquinamento industriale: i 20 peggiori impianti in Europa

Nel recente rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), “Revealing the costs of air pollution from industrial facilities in Europe”, si presenta una valutazione dei diversi costi associati elle emissioni di impianti industriali in Europa. Oltre alla CO2 si considerano gli inquinanti classici (ossidi di zolfo, di azoto, particolato etc.) e il loro impatto sia sull’agricoltura che sull’ambiente, sia gli effetti sanitari espressi in mortalità in eccesso, ricoveri ospedalieri, malattie croniche e così via, utilizzando la metodologia CAFE (Clean Air for Europe).

Queste valutazioni hanno un carattere statistico, con una stima dunque approssimata dei danni, contengono necessariamente delle semplificazioni e incorporano, relativamente ai risultati espressi in termini monetari, un certo grado di arbitrarietà. Tuttavia, l’approccio scelto dall’EEA consente di rappresentare in modo coerente l’impatto relativo di impianti tra loro diversi.

Nella classifica stilata nel rapporto, tra i peggiori 20 impianti industriali nell’Unione Europea, si colloca un solo impianto italiano, al diciottesimo posto: la centrale a carbone dell’Enel di Cerano (Brindisi sud). Nel 2009 la centrale di Brindisi (vedi tab. seguente) ha emesso:

 

  • 13 milioni di tonnellate di CO2
  • 7.300 tonnellate di ossidi di azoto (NOx)
  • 6.540 tonnellate di ossidi di zolfo (SOx)
  • 473 tonnellate di particolato

Queste emissioni, assieme ad altri microinquinanti, hanno prodotto un danno sanitario complessivo stimato dall’EEA tra i 99 e i 270 milioni di euro (valutati secondo due diverse procedure di calcolo) e un danno associato alla CO2 di 437 milioni di euro (calcolato secondo una procedura utilizzata dal governo inglese). Il complesso dei costi esterni stimati con questa metodologia, per la sola centrale a carbone di Cerano, oscilla dunque tra 536 e 707 milioni di euro per la produzione del 2009 che è stata di circa 15 miliardi di kilowattora (15 TWh).L’impatto complessivo della produzione da carbone Enel, in Italia, è di una grandezza di ordine quasi triplo rispetto a questa cifra.

 

2. Costi e ricavi della vendita di elettricità da carbone

L’impianto di Cerano ha una capacità di 2.640 MW ed è entrato in funzione nel 1990. Essendo stato abbondantemente ammortizzato, i suoi costi operativi hanno come voce prevalente quella del combustibile, cui si aggiungono i costi del personale, della manutenzione dell’impianto e del funzionamento dei sistemi di controllo degli inquinanti.

Nel 2009 i costi per la produzione di 1 MWh (megawattora) da carbone oscillavano tra 17,9 e 21,4 €/MWh , secondo le stime dell’Osservatorio dell’Energia pubblicate nel numero di maggio 2009 su “Energia ed Economia”, il Bollettino dell’Associazione italiana degli economisti dell’energia.  Una stima approssimativa dei costi per produrre i 15 TWh è dunque  di 300 milioni di euro.

Il prezzo di cessione medio dell’elettricità (in gran parte all’Acquirente unico) nel 2009 è stato dell’ordine dei 62 €/MWh, come si rileva dal Bilancio di esercizio del 2009 della società, e ha dunque generato un ricavo stimabile in oltre 900 milioni di euro che, al netto dei costi per il combustibile, scende a oltre 600 milioni di euro. Per quanto questa cifra costituisca un ricavo lordo cui vanno sottratte altre voci minori, si tratta di una cifra che si colloca nello stesso intervallo di valori dei costi ambientali e sanitari esternalizzati come calcolati dall’Agenzia Europea dell’ambiente.

Possiamo dunque affermare che la produzione di elettricità da carbone causa un beneficio economico per l’azienda che è dello stesso ordine dei costi scaricati sulla collettività: citando Ernesto Rossi, “si privatizzano i profitti e si socializzano i costi”.

 

3. Produzione da carbone in aumento

É comprensibile che, in un sistema dei prezzi dell’elettricità come quello attuale, un’azienda elettrica voglia aumentare la produzione da carbone. Lo stesso Ad dell’Enel, Conti, lo ha dichiarato più volte e questa è la realtà effettiva nella produzione di Enel come risulta dalla figura accanto (Presentazione Enel, Results 2011, 2012-2016 Plan, Rome March 2012).

Infatti, anche a fronte di una riduzione della produzione di elettricità del gruppo Enel in Italia tra il 2010 e il 2011, da 81,6 a 79 TWh, la quota da carbone aumenta dal 34,1% al 41%.

 

La produzione da carbone è dunque salita dai 27,8 TWh del 2010 ai 32,4 del 2011 (un aumento relativo del 16,5%). Peraltro, questa tendenza all’aumento dell’uso del carbone da parte di Enel si riscontra anche globalmente per il gruppo.

Va notato come la quota attuale di rinnovabili non idroelettriche (che rappresentano un’eredità del passato) costituisce una quota molto bassa sulla produzione totale - solo il 7,8% - nel 2011.

 4. Enel: un piano industriale da rifare

 La prospettiva di una decarbonizzazione della produzione di energia è tecnicamente fattibile, ambientalmente desiderabile, socialmente utile ed economicamente convincente. Su questa strada si è del resto incamminata anche l’Unione Europea e diversi studi mostrano che uno scenario a emissioni zero nel settore elettrico è possibile senza ricorrere al nucleare.

 L’azienda Enel è un soggetto a tutti gli effetti privato, anche se l’azionista di maggioranza con circa il 30% delle quote è il governo italiano tramite il Ministero del tesoro. Anche il recente governo ha ribadito l’intenzione di mantenere la golden share nelle aziende strategiche come Enel.

 Ma a che serve questo controllo pubblico se poi la logica prevalente è quella di privatizzare i benefici economici e scaricare i costi ambientali e sanitari sulla società?

 Le richieste di Greenpeace a Enel sono:

 

  • ritiro immediato dei progetti di Porto Tolle e Rossano Calabro
  • progressiva eliminazione della produzione elettrica da carbone entro il 2030
  • contestuale sostituzione con le rinnovabili della produzione da carbone;

 

 

Scarica il briefing in formato pdf

Scarica l'Avviso di Garanzia di Greenpeace a Enel

 

ENEL Killer del clima

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